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La prima personale in Italia di Michael Anastassiades

Fino al 6 gennaio il capoluogo lombardo ospiterà "Cheerfully Optimistic About the Future" presso gli spazi di Fondazione ICA.

 

Quando nel gennaio del 2019 ha aperto a Milano la Fondazione Ica (aka Istituto Contemporaneo per le Arti) si è subito capito che si trattava di roba seria. Sarà perché è un’istituzione non profit basata sulla transmedialità della cultura contemporanea con una forte vena divulgativa; sarà perché dietro ci sono due figure emblematiche come il fondatore Alberto Salvadori per molti anni (tra le altre cose) direttore del Museo Marino Marini di Firenze, e come l’imprenditore critico d’arte Lorenzo Sassoli de Bianchi; sarà perché Milano ama gli spazi ex industriali un po' delabré. Fatto sta che in quasi tre anni, e nonostante lo stop forzato della pandemia, la Fondazione ha portato avanti un discorso globale tra arte, editoria, ceramica, danza e via di questo passo tra i più interessanti in città.

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Facendo seguito alle molte belle iniziative di questi primi anni, quest’ autunno, in occasione della settimana della Milano Design Week prima e di Miart poi, la Fondazione Ica Milano ha presentato una mostra, curata dallo stesso Salvadori, sul designer cipriota Michael Anastassiades che sarà aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2022. "Cheerfully Optimistic About the Future" racchiude già nel titolo tutta la poetica e la leggerezza che contraddistinguono da sempre il lavoro progettuale di Anastassiades ma, diversamente dal solito questa volta il pensiero non si declina nel mondo dell’industrial design o dell’interior design, bensì porta avanti un discorso non soltanto legato al tema dell’artigianalità in generale ma soprattutto al tema dell’auto realizzazione dei pezzi, grazie alla collaborazione in prima persona, di Michael e di tutto il suo studio, alla produzione dell’installazione luminosa. Produrre come forma di riappropriazione delle proprie facoltà umane. Annodare, fondere, fissare lavorando in gruppo come ritorno primordiale alle attività delle comunità umane antiche, il cui ruolo sotto estimato appare oggi necessario come mai prima d’ora.


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All’ingresso della mostra c’è una piccola sala, indispensabile legenda dell’installazione principale, una Glossary Room, come la definisce l’artista che, con la stessa forza muta di un giardino zen giapponese, dispone elementi naturali trovati in situazione differenze insieme ad oggetti personali del design: forme, colori, materiali, sorta di griglia di lettura indispensabile per entrare nel progetto e nell’atmosfera che ha contraddistinto l’iter produttivo della mostra, esso stesso parte integrante della poetica spaziale dell’artista.
 

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A compimento della prima o a compendi - a seconda della sensibilità individuale - il piano terra della Fondazione ospita un dialogo di luci, tutte realizzate in bambù e fissate l’una all’altra con cavi elettrici volutamente a vista, che creano un paesaggio visivo luminoso emozionale capace di trasportare il visitatore in molti posti diversi … dalle staccionate sulle spiagge delle coste atlantiche, al calore delle luci soffuse dei ristoranti newyorchesi, dalle atmosfere vietnamite al rigore delle sculture di Flavin. Una mostra completa e densa di significati che porta per la prima volta in Italia il lavoro di un pensatore internazionale che progetta qua relazioni prima di lampade.

A cura di: Federica Sala





Tag: Michael Anastassiades Mostre



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 30 novembre 2021

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