Eindhoven esplora nuovi materiali, biodesign e AI, mettendo in discussione l’idea stessa di perfezione
«Design does not begin with perfection». È da qui che parte la Dutch Design Week 2026. In un momento in cui tecnologia, AI e cultura visiva sembrano spingere verso risultati sempre più controllati, ottimizzati e levigati, Eindhoven sceglie di guardare anche a ciò che sfugge al controllo. R.A.W. - Rebel Authentic Worth è il tema della 26ª edizione, in programma dal 17 al 25 ottobre: un invito a rompere schemi esistenti, sperimentare, fare domande e aprire nuove possibilità.
Con oltre 2.500 designer coinvolti, cercare una sola direzione sarebbe impossibile. Ma alcuni filoni attraversano con particolare evidenza il programma di quest’anno. La materia, innanzitutto: non semplicemente nuovi materiali più sostenibili, ma un ripensamento di ciò che utilizziamo, di dove proviene e di come può essere trasformato. Folk di Studio Noff riscopre il broomcorn, il sorgo da saggina tradizionalmente usato per scope e spazzole, studiandone il potenziale per il design contemporaneo. Resistente a caldo e siccità e poco esigente in termini d’acqua, viene coltivato sperimentalmente con agricoltori olandesi, mentre lo studio ne esplora qualità strutturali, tattili ed estetiche e nuove tecniche di lavorazione.
È però nel biodesign che questo cambio di prospettiva diventa più evidente. Emma van der Leest, una dei due Beacon di DDW26, cura al Klokgebouw The Biodesign Warehouse - Department Store for Life: una ricognizione su un settore che sta passando dal laboratorio alla produzione. Batteri, funghi e alghe diventano strumenti con cui coltivare, fermentare e trasformare materiali destinati a cosmetica, moda, packaging, interni e costruzioni. Foamlab sviluppa attraverso la fermentazione schiume di bionanocellulosa compostabili per packaging, interni e isolamento; Fungkee Supercoating, della stessa Van der Leest con il biotecnologo Nick van Biezen, studia composti presenti nei funghi per ottenere un rivestimento biobased e biodegradabile alternativo ai coating contenenti PFAS; SQIM/Ephea, cofondata dal biodesigner Maurizio Montalti, coltiva micelio per ottenere materiali morbidi destinati anche alla moda, già sperimentati con Balenciaga e Bottega Veneta. E SeaSpark arriva a trasformare materiali biobased come le alghe in glitter biodegradabili e senza plastica. Ma lavorare con il vivente può significare anche rinunciare a controllare completamente il risultato. In Bar Mycelium, Dasha Tsapenko, insieme al micologo Pim van de Noort e al biotecnologo Nick van Biezen, fa letteralmente crescere un bar nelle cinque settimane che precedono DDW: dal bancone ai bicchieri, l’ambiente prende forma attraverso micelio, funghi e processi biologici. La sua metodologia Scores for Growth stabilisce forma, struttura e condizioni iniziali, lasciando poi agli organismi viventi la possibilità di intervenire sul risultato. Dove finisce il lavoro del designer e comincia quello della natura?
L’altro grande interlocutore di questa edizione è inevitabilmente l’intelligenza artificiale, ma anche qui DDW evita, almeno nei progetti più interessanti, la semplice celebrazione. transparent.citizen di Mees Boeijen / amaranth studio porta alle estreme conseguenze l’idea di una vita completamente leggibile dai dati. Per una settimana il designer consegna la propria quotidianità a un’AI: posizione, movimenti e altre informazioni personali diventano materiale per una biografia continua, stampata in tempo reale. Per leggerla, però, anche il visitatore deve accettare di essere osservato. La domanda non è più soltanto che cosa sappia fare l’AI, ma quanto siamo disposti a farle sapere di noi.
Sul rapporto tra tecnologia e futuro lavora anche Anab Jain di Superflux, International Beacon 2026. Da anni il suo studio usa lo speculative design non tanto per prevedere ciò che accadrà, quanto per rendere percepibili futuri possibili e interrogarne le conseguenze. A DDW il suo lavoro porta quindi il discorso oltre la singola tecnologia: quale ruolo può avere il design di fronte a trasformazioni climatiche, tecnologiche e sociali sempre più intrecciate?
La tecnologia torna alla dimensione fisica in House of Lights di TAM Industries, uno degli highlight scelti da DDW. Una casa in scala reale viene stampata in 3D utilizzando plastica riciclata: la facciata è un’unica struttura, il colore è incorporato nel materiale e, terminato l’utilizzo, lo stesso materiale può essere recuperato per una nuova stampa. L’aspetto interessante è il rapporto tra produzione industriale e libertà progettuale: TAM costruisce macchine e software per fare in modo che sia il sistema produttivo ad adattarsi all’architettura, e non il contrario.
Accanto a materiali, biologia e tecnologia emerge poi un’altra domanda: che cosa può fare il design quando lavora sulla dimensione collettiva? The Collective Response - Design for Shared Action, altro progetto selezionato tra gli highlights di DDW26, riunisce pratiche che lavorano su collaborazione, comunità e azione condivisa. In It Takes a Village, Yamuna Forzani costruisce uno spazio raccolto fatto di arazzi, tende traslucide e luoghi in cui fermarsi, invitando a riflettere su cosa significhi oggi appartenere a una comunità. Anche Eindhoven cambia insieme alla manifestazione. Building TT e il nuovo Building TX costruiscono un nuovo polo per il collectible design lungo il percorso verso Piet Hein Eek, mentre a Strijp-S Building SFF si concentra sul digital design e sull’AI. E resta fondamentale il ruolo delle scuole: studenti e alumni di oltre 30 istituzioni nazionali e internazionali, dalla Design Academy Eindhoven ad Aalto University e alla Swedish School of Textiles, presentano nuovi lavori, mentre i Dutch Design Awards riuniscono quindici Emerging Talents nella Class of 2026.
Fibre riscoperte, materiali coltivati, organismi viventi, AI, stampa 3D, craft e pratiche collettive: Dutch Design Week 2026 non prova a indicare una sola strada, ma mostra quanto si stiano allargando gli strumenti e i confini stessi del progetto. Ed è forse qui che R.A.W. acquista il suo significato più interessante. Non nell’imperfezione come estetica, ma nell’idea che progettare possa significare anche lasciare spazio all’imprevisto, mettere in discussione un processo o, come in Bar Mycelium, accettare di non controllare fino in fondo il risultato.





































