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Maria Grazia Mattei: “Il digital divide è una questione culturale”

 

A ottobre del 2020 ha aperto a Milano Meet, il primo centro internazionale per la culturale digitale in Italia. Uno spazio di 1200 metri quadrati all’interno di un palazzo storico di Porta Venezia ideato dall’architetto Carlo Ratti, che ha immaginato una vera e propria casa, distribuita su tre piani, per la cultura digitale. Meet è supportato da Fondazione Cariplo ed è diretto da Maria Grazia Mattei, giornalista e critica d’arte da anni impegnata nell’indagine dei territori virtuali. L’abbiamo contattata per parlare di cultura online nel senso più ampio del termine, in un momento storico in cui la parola “digitale” è sulla bocca di tutti.

Di cosa parliamo quando parliamo di innovazione e di cultura digitale in Italia oggi?

Rispetto alla trasformazione digitale della società, delle imprese e delle professioni, in Italia e non solo, siamo un po’ in ritardo. Quando si è cominciato a parlare di agenda digitale in Italia, nel 2011, si faceva fondamentalmente riferimento alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. Un po’ alla volta si è compreso che il tema racchiude qualcosa in più della questione tecnologica: è un fenomeno, una dimensione che riguarda interamente la nostra vita privata e professionale. Il Covid ha accelerato questa presa di consapevolezza e ha spostato l’attenzione e le relazioni, passando dal lavoro all’apprendimento, in rete. Si può dire che del digitale inteso come connettività, rete, web, social media, teleconferenze, DAD ce ne siamo accorti definitivamente nell’ultimo anno e mezzo.

Lo spazio di Meet a Milano ha aperto a ottobre 2020, in un momento storico dove la fisicità è stata messa in stand-by. Che ruolo ha il luogo fisico in un momento in cui la digitalizzazione ha subito un’accelerazione? E quanto è necessario creare un punto di contatto tra le due dimensioni?

Meet è nato sette anni fa in collaborazione con Fondazione Cariplo: ci eravamo accorti della profonda trasformazione in atto che non era soltanto di tipo tecnologico. In Italia in quel momento si prestava attenzione alla questione digitale esclusivamente in modo tecnicistico. Ci sembrava il momento di spostare l’attenzione da una visione tecnocentrica del digitale, con tutta la sua complessità, per sottolineare che il divario digitale è prettamente culturale. La mancanza di consapevolezza degli strumenti, del processo in atto, porta a un uso passivo della tecnologia, che si tratti di singoli individui o imprese. Non basta inondare di tecnologia le case, le scuole, le aziende per essere allineati con un processo che è economico, culturale e sociale.

A proposito di produzione di contenuti, è importante creare prodotti pensati ad hoc per l’esperienza online?

Il Covid ha reso evidente tutte le urgenze legate alla digitalizzazione. E finalmente stanno emergendo formule didattiche innovative che utilizzano con consapevolezza la potenzialità di questi strumenti. Non è sufficiente importare in rete i contenuti che ho creato nella vita reale: la rete è uno spazio di cui usufruire e dove creare esperienze ed emozioni. Il processo di digitalizzazione è molto vasto e permeabile, comprende strumenti di connessione e strumenti di produzione di contenuti. La sfida oggi è trovare la sinestesia tra la vita reale e quella virtuale, creando contenuti originali. È un salto di competenze maggiore, che presuppone una conoscenza consolidata delle potenzialità di questi mezzi.
 


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In che modo lo spazio fisico di Meet è stato progettato in funzione di una comunicazione che abbia un linguaggio digitale?

Nel 2018 abbiamo avviato i lavori di ristrutturazione dei tre piani della sede: uno spazio storico con tutti i suoi vincoli, l’idea di collegare passato e futuro ci intrigava. Insieme all’architetto Carlo Ratti abbiamo voluto interpretare il tema della cultura digitale, in primis dando vita a uno spazio permeato dalla bellezza. Ci siamo concentrati sull’idea di un luogo che rispettasse i parametri di flessibilità, intercomunicabilità, interazione, esperienza. Ma soprattutto con la volontà di una relazione tra spazio fisico interno ed esterno continua. Volevamo uno luogo di incontro aperto dove le due dimensioni dialogassero. Ogni piano è interconnesso: possiamo immaginare di creare un incontro nel Theater e attivare contemporaneamente altri contenuti negli spazi di Meet. Dall’altro lato, siamo attrezzati per accogliere performance che arrivano dall’esterno: siamo infrastrutturati in maniera importante, grazie a un’architettura invisibile, nascosta nei muri, che è come un vero e proprio sistema nervoso, un luogo virtuale e fisico al tempo stesso. D’ora in avanti tutti gli edifici, case incluse, dovranno essere progettati tenendo conto della relazione tra spazio privato e pubblico, interno ed esterno.

Che ruolo ricopre Milano nel palinsesto internazionale di capitali dell’innovazione e del digitale e che rapporti avete creato con altre città o realtà in Europa e nel mondo?

L’unica città che poteva dare da anni un segnale per quel che riguarda la cultura digitale è Milano, e a maggior ragione può farlo oggi. Da quando Meet ha aperto le porte non abbiamo mai smesso di costruire una rete in Europa, entrando in contatto con oltre cinquanta centri, dalla Germania alla Spagna, passando per la Polonia. Abbiamo pensato subito a Milano perché è una città estremamente pragmatica, caratterizzata da un retroterra che continua a essere sintonizzato con il mondo. È una metropoli interrelata a livello internazionale più di altre città italiane. Oggi, alla luce della pandemia, è ancora più necessario costruire progetti di scambio di idee per dare slancio alla città, contribuendo a non perdere il collegamento internazionale. Il confronto con altre realtà è ossigeno. In questo senso vogliamo continuare a costruire il patrimonio di idee, di progetti, di relazioni aprendo le porte fisiche e virtuali di questo spazio.



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 31 maggio 2021

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