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Essere Progetto: intervista con Naessi Studio

— 20 novembre 2025
© Naessi - ph. Andrea Di Lorenzo

Pensiero critico, dialogo e multidisciplinarietà per trasformare il design in un linguaggio di relazioni e connessioni

Naessi è uno studio che nasce da un nesso - anzi, da tanti. Quello tra architettura e product design, artigianato e industria, ispirazioni nordiche e mediterranee, progetto e relazione. Fondato a Roma nel 2020 da Eleonora Carbone (architettura, interior, concept) e Alessandro D’Angeli (design, visual, direzione creativa), Naessi lavora nel punto d’incontro tra idee e forme trasformando connessioni in oggetti, allestimenti, spazi e identità. Negli ultimi anni hanno firmato progetti molto diversi tra loro, ma uniti da un’idea di design “relazionale”: da Nexum Tables e Cut Copy Paste, lavorando sulle superfici come strato narrativo all’interior per ristoranti come Santo Palato a Roma; dai vasi Testae, ispirati ai frammenti in terracotta del Monte dei Cocci - collina romana databile tra il I e il III secolo d.C., costituita da strati di testae, cocci, frammenti di anfore usate per il trasporto delle merci - a collezioni di pezzi volutamente imperfetti come Folia, che ricordano che il design è anche ricerca e non solo risposta. Il loro modo di progettare è dialogico: un processo in cui la forma è solo l’esito visibile di un sistema di analisi, domande e intuizioni condivise. Li abbiamo incontrati per parlare di metodo, fallimenti e relazioni, ma anche del tema di Fuorisalone 2026, Essere Progetto: un invito a interrogarsi su cosa significhi, oggi, dare corpo alle idee.

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Cut Copy Paste by Naessi x Cantiere Galli Design - ph. Lorenzo Catena

Vi muovete tra mondi diversi e lavorate tra artigianato e industria. Come vi definite, chi è Naessi Studio? 
Dopo anni in cui abbiamo fatto esperienze diverse, abbiamo sentito la necessità di connettere le tante cose che ci appassionano in un macro progetto a cui dare un nome, un qualcosa che fosse in grado di connettere le singole attività e ricerche senza sovrascriverle o limitarle al livello tematico o stilistico. Naessi, infatti, è un contenitore non rigido, un luogo astratto in cui fare esplorazioni. Ma quando dobbiamo definirlo, spiegandolo in modo semplice anche ai profani, ci piace dire: Naessi è uno studio di design. La parola design contiene tutto: approccio, metodo, visione e linguaggio.

“Chi comanda davvero?”, “Che cosa vi aspettate da questo progetto?”, “Perché proprio adesso?”. Con i clienti partite da una lista di 150 domande: ci raccontate?
La nostra lista di domande parte da un’esigenza pratica: per fare un lavoro di valore, di qualsiasi tipo di lavoro si tratti, bisogna iniziare studiando. Da una parte c’è lo studio che portiamo avanti in autonomia e che riguarda il tema progettuale, il settore, il contesto in cui il lavoro si inserisce, le collaborazioni possibili e molto altro. Dall’altra è fondamentale acquisire le informazioni che sono già in possesso del cliente, il quale possiede esperienza e dati davvero utili per un progettista. Eppure, accade spesso che alcune di queste informazioni non riescano ad emergere nella prima fase di progettazione, ma si presentino come sorprese all’interno del percorso. La lista delle domande ci permette di andare a fondo su tutti i temi sensibili forzando i clienti ad autoanalizzarsi e a mettersi, in parte, a nudo. In questo modo si definisce subito la modalità di relazione tra noi e i clienti: collaborativa, non giudicante e trasparente.

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espressoh ohbar - ph. Eller 

Dite che una delle vostre domande preferite è “raccontami il tuo progetto” - e che, quando ci sono più persone coinvolte, emergono visioni completamente diverse. 
È così. Sicuramente, dietro al nostro modo di lavorare, esiste una grande spinta di curiosità nei confronti delle persone che incontriamo e il nostro studio ci regala molte opportunità in tal senso. Ogni settimana conosciamo e frequentiamo persone che vengono da mondi molto distanti tra loro e così cambiano i temi di conversazione e le modalità di relazione, ci si esercita ad essere elastici cambiando registro così come ad ascoltare o, se necessario, ad affermare in modo assertivo un concetto. Di fatto ogni persona che incontriamo ci offre una prospettiva differente su un tema: queste singole esperienze, sommate alle nostre, diventano quell’esperienza allargata (come ci piace definirla) che ci guida nel design di spazi e oggetti. 

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Testae vases - ph. Naessi

Non cercate bestseller, ma costruite un percorso di ricerca e pensiero. Il tema di Fuorisalone 2026 - “ESSERE PROGETTO” - come lo leggete? Cosa significa, per uno studio come il vostro, essere progetto, più che fare un progetto?
Per noi il processo è tutto. Forse appariamo un po’ arroganti quando diciamo che i nostri progetti possono piacere o no a livello estetico, naturalmente, ma non possano essere attaccabili al livello concettuale e funzionale. Tutta questa grande sicurezza non viene da un’idea distorta di noi stessi, ma nasce dal percorso con cui arriviamo al progetto. La metodologia progettuale è un tema che ci interessa particolarmente, per questo, quando abbiamo fondato il nostro studio, abbiamo cercato di strutturare un nostro metodo di lavoro condivisibile e scalabile in base ai progetti. Di fatto abbiamo un metodo composto da una prima fase di ricerca e studio, una seconda fase di tipo analitico e, infine, un’ultima fase di elaborazione dei dati emersi. Solo al termine di questo percorso ci poniamo di fronte al disegno. Raccontato così sembra tutto lineare, ma non lo è: il processo segue una traccia, certo, ma è costellato da numerosi tentativi, continue revisioni, qualche imprevisto e i conseguenti adeguamenti.
Questa radicalità strutturale si confronta con una grande libertà contenutistica: tutto parte da ciò che ci piace fare. Tutto quello che facciamo senza lavorare al progetto è la materia preziosa per il progetto stesso: parlare con le persone, visitare luoghi, andare alle mostre, raccogliere magazine e libri, ascoltare musica, ma anche sforzarci a cambiare le abitudini consolidate, esplorare nuovi posti della città e rimescolare le carte di quella che tende a diventare comfort zone. Ogni cosa contribuisce a creare il terreno fertile per i nostri progetti che non si assomigliano tra loro al livello di estetica, ma si connettono in termini di identità e autorialità.

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Fòlia ceramics by Naessi - ph. Francesco Marano Eller Studio 

Progettare significa anche sbagliare, e a volte fallire…
I processi progettuali sono uno slalom tra gli errori! Le nostre 150 domande iniziali nascono per prevedere alcuni dei problemi che possono presentarsi durante il percorso di lavoro ma, nonostante una struttura metodologica rigorosa - se i progetti sono esplorazioni reali e coraggiose - si finisce per sbagliare comunque. Progettare significa prevedere, ma non controllare completamente un processo o un prodotto. Ma progettare significa anche avere un metodo per affrontare gli errori che si compiono. L’errore è prezioso perché riporta l’attenzione sul progetto, crea domande, rimette in discussione delle scelte. Questi sono momenti in cui il progetto richiede una cura rinnovata, ci piace pensarli così. In generale ogni errore che compiamo contribuisce al percorso virando di qualche grado la traiettoria stabilita. Non ci fa cambiare prospettiva, quindi, ma ci fa affinare la rotta permettendoci di avere uno sguardo sempre più lucido e consapevole.

Un lavoro a cui siete particolarmente legati? Quello che portereste come manifesto.
Sicuramente Fòlia, un progetto che, più di tutti, è puro processo. Fòlia non nasce come una commissione, infatti, ma come un desiderio: indagare, attraverso un’idea formale (le superfici ondulate), l’interazione tra forma e materia, tra linguaggio e oggetto. È un progetto che stiamo percorrendo a step: siamo partiti dalla sperimentazione sul legno curvato a caldo disegnando degli arredi al limite della funzionalità, poi abbiamo lavorato sulla ceramica immaginando un tableware non convenzionale, infine abbiamo portato tutto in due dimensioni realizzando delle acqueforti con Lithos. L’idea è utilizzare un archetipo formale per dare vita all’interazione libera con la materia, con gli artigiani e con i possibili processi produttivi. L’obiettivo è costruire nel tempo un archivio di esperimenti e possibilità, un repertorio aperto che possa nutrire la nostra pratica progettuale in direzioni sempre nuove. Quindi Fòlia è un progetto ma anche un modo per alimentare altri progetti.

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Fòlia Naessi - Collection 

The sky’s the limit: una commissione da sogno? 
Se parliamo di sogno allora ci sentiamo liberi di giocare immaginando il set per la performance del Super Bowl, un teatro galleggiante come quello di Aldo Rossi, un carro del Carnevale di Rio, una scenografia per Sasha Waltz o per il concerto di uno dei gruppi rock che amiamo. Ci vengono in mente tutti progetti temporanei, strettamente legati al concept e con una spiccata multidisciplinarietà.

Secondo voi, in questo momento storico, qual è la priorità per il design italiano? 
Lo diciamo, forse, in un modo provocatorio ma ne siamo davvero convinti: crediamo sia necessario il superamento del complesso edipico nei confronti dei grandi maestri del design. Pensiamo che sia arrivato il momento di costruire un’idea di design contemporaneo che, pur facendo tesoro del passato studiandolo con cura e rispetto, abbia il coraggio di sviluppare una propria autonoma identità. Il mondo è cambiato e siamo certi che anche i maestri del passato avrebbero progettato e vissuto il progetto in un modo diverso, se fossero vissuti oggi. Ma tocca a noi e forse non possiamo più tirarci indietro.

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Santo Palato by Naessi - ph. Eller
 





Tag: Interviste Essere Progetto Design Product Design



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 20 novembre 2025

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