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Agostino Iacurci: quando le immagini prendono vita

Design — 08 luglio 2026
Arcipelago Botanico - Ph Lorenzo Palmieri

Da Arcipelago Botanico per Portrait Milano, il lavoro dell'artista racconta un processo in cui l'idea si trasforma continuamente, trovando forma nel dialogo con luoghi, persone e materia

Ci sono artisti che scelgono di occupare uno spazio e altri che preferiscono trasformarlo, non attraverso la forza del gesto monumentale, ma modificando radicalmente il modo in cui quel luogo viene percepito, attraversato e abitato. È in questa seconda categoria che si colloca Agostino Iacurci, un autore capace di operare sulla città come se fosse un vero e proprio materiale progettuale, intervenendo con discrezione per generare nuove e inaspettate relazioni tra le persone, l'architettura e il paesaggio circostante.

La nuova installazione Arcipelago Botanico, inaugurata nella piazza di Portrait Milano, rappresenta un'ulteriore e significativa tappa di questo percorso. Otto grandi sculture vegetali trasformano l'antico cortile dell'ex Seminario Arcivescovile in un giardino immaginario, nato da un dialogo intimo con la memoria storica del luogo e con il suo assetto contemporaneo. Più che una semplice installazione temporanea, l'opera si configura come un dispositivo spaziale che invita i passanti a rallentare, a sostare e a ridefinire il proprio rapporto con la piazza. Tuttavia, limitarsi a raccontare l'opera significherebbe perdere l'aspetto forse più interessante del lavoro di Iacurci, ovvero il suo metodo. Negli ultimi anni il suo linguaggio si è progressivamente allontanato dalla dimensione del murale inteso come immagine pura per avvicinarsi a una pratica che lui stesso definisce come una forma di "pittura espansa". Pittura, scultura, installazione, scenografia e spazio pubblico diventano così tessere di un unico mosaico progettuale, nel quale ogni intervento nasce dall'ascolto attento del contesto prima ancora che da un'intuizione formale. Nelle conversazioni dedicate alla sua ricerca, Iacurci racconta spesso come ogni progetto inizi molto prima del disegno, nutrendosi del tempo trascorso nei luoghi, della raccolta di storie e dell'osservazione quotidiana delle persone che li abitano. L'opera non arriva mai per imporre una visione estranea, ma per rendere leggibili relazioni che erano già presenti sotto traccia, trasformando lo spazio pubblico nel vero materiale del progetto e avvicinando sorprendentemente il suo percorso a quello del design.

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Las Vegas 2021

Come accade nei migliori processi creativi, anche nelle opere di Iacurci il risultato finale rappresenta soltanto l'ultima fase di una ricerca molto più articolata. L'idea si modifica costantemente lungo il cammino, dialogando con la storia dei luoghi, con i limiti tecnici, con i materiali disponibili e, soprattutto, con le persone coinvolte nella sua realizzazione; il progetto, in fondo, non coincide mai con il disegno iniziale, ma con il processo stesso che permette a quell'intuizione di farsi realtà. In questa prospettiva, Arcipelago Botanico non è soltanto un intervento artistico pensato per Portrait Milano, ma un esempio di come l'arte contemporanea possa contribuire alla costruzione di nuove geografie urbane. Le sue grandi piante immaginarie non delimitano uno spazio, ma lo rendono più permeabile, introducendo nuove soglie, nuove soste e inedite possibilità di incontro. Si tratta di un gesto apparentemente semplice che però modifica il comportamento delle persone, restituendo alla piazza una dimensione di prossimità e condivisione che sposa appieno la vocazione pubblica che Portrait Milano sta progressivamente costruendo.

Questo approccio è il medesimo che negli ultimi anni ha spinto Iacurci a confrontarsi con aziende e istituzioni senza mai rinunciare alla propria autonomia espressiva. Durante la Milano Design Week, il suo lavoro è diventato più volte un'occasione di dialogo preziosa con il mondo del progetto: dalla grande installazione Dry Days, Tropical Nights, realizzata nel 2023 per GLO nell'edificio di Largo Treves a Brera, fino alle collaborazioni più recenti, ogni intervento prende vita dall'incontro felice tra ricerca artistica, capacità produttiva e sperimentazione tecnica.
In questo scenario emerge un altro protagonista, spesso invisibile ma fondamentale, che rende possibile la costruzione fisica dell'opera. Dietro la leggerezza visiva delle installazioni di Iacurci si nasconde infatti un lungo lavoro di ingegnerizzazione, prototipazione e produzione, dove le aziende e le manifatture diventano parte integrante del pensiero creativo.

Nel caso di Arcipelago Botanico, come già avvenuto in passato per i progetti realizzati durante il Fuorisalone, questo dialogo ha trovato in Pollodesign un interlocutore capace di tradurre un'immagine apparentemente lineare in un sistema costruttivo complesso. Si tratta di un passaggio che raramente viene raccontato dalle cronache, ma che rappresenta uno degli aspetti più affascinanti del rapporto contemporaneo tra arte e design. L'opera non nasce più esclusivamente nella solitudine dello studio dell'artista, ma prende forma attraverso un confronto continuo con chi conosce a fondo i materiali, le tecnologie e i flussi produttivi, tanto che la produzione non è una fase successiva all'idea, ma parte integrante del pensiero originario.

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"Arcipelago Botanico" - Ph Lorenzo Palmieri

In questo senso, il lavoro di Andrea Gallo e Pollodesign non consiste semplicemente nel "realizzare" un'opera, ma nel partecipare attivamente alla sua costruzione, trasformando intuizioni poetiche in elementi strutturalmente possibili senza mai tradirne la forza espressiva. È uno spazio di mediazione sempre più centrale nella cultura del progetto contemporaneo, in cui competenze artistiche, industriali e artigianali si contaminano fino a diventare quasi indistinguibili. Forse è proprio in questo punto che il lavoro di Agostino Iacurci incontra davvero il design: non tanto nella forma delle sue opere, quanto nel metodo con cui vengono costruite. Un metodo fatto di ascolto, dialogo, sperimentazione e collaborazione, nel quale l'opera finale rappresenta soltanto la punta dell'iceberg di un processo molto più ampio, capace di produrre non solo oggetti o installazioni, ma nuove possibilità di vivere lo spazio condiviso

 


 

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"Dry Days, Tropical Nights" - Ph Lorenzo Palmieri


Intervista a Agostino Iacurci
 

Nei tuoi lavori lo spazio pubblico sembra essere il vero materiale del progetto. Quantotempo dedichi all’ascolto di un luogo prima ancora di iniziare a disegnarlo, e come capisci che quel luogo ha finalmente iniziato a parlarti?
Non esiste un tempo prestabilito. Cerco di sfruttare tutto il tempo che ho a disposizione per fare ricerca: fare studi preparatori, respirare l’aria di un luogo, osservarne la luce, parlare con più interlocutori possibili. Più che una comprensione totale, cerco un appiglio, qualcosa che risuoni con me e con il mio lavoro.
Pian piano i progetti prendono forma, ma fino alla loro conclusione restano un mistero anche per me che li realizzo. Mi viene spesso in mente Pinocchio: pensi di costruire un burattino, mettendo insieme quattro pezzi di legno; quando credi di aver finito, ti ritrovi davanti a una creatura vivente. A quel punto l’opera inizia ad avere una vita propria: incontra le persone, viene attraversata, interpretata, cambia nel tempo. E tu continui a osservarla, imparando a lasciarla andare.


Le tue opere colpiscono per la loro leggerezza e immediatezza, ma dietro le quinte c’è un lungo percorso di confronto con tecnici, artigiani e produttori. In che modo questa fase plasma l’idea iniziale, e ti è mai capitato che un limite costruttivo si trasformasse in un’inaspettata opportunità creativa?
La trasposizione di un pensiero in oggetti materiali è un continuo esercizio di mediazione. Nel piccolo questo avviene con i propri limiti e i propri mezzi; nel grande ci si confronta con quelli di tutte le persone coinvolte, ma anche con i vincoli tecnici e normativi di uno spazio — dalla portata di un pavimento alla tenuta al vento di una scultura di 800 kg alta quattro metri.
Quando utilizzo tecniche che non riesco a sviluppare in autonomia, per scala o per complessità, diventa fondamentale collaborare con persone che sposino la mia visione, ma siano anche in grado di trovare soluzioni efficaci. In quel processo emergono spesso nuove possibilità, che modificano e arricchiscono l’idea iniziale.


Molti leggono il tuo lavoro sotto la categoria dell’arte pubblica, ma guardandolo da vicino sembra avvicinarsi sempre più a un vero e proprio progetto dello spazio. Ti riconosci in questa definizione e dove immagini che possa portarti questa evoluzione?
Mi dedico a pratiche molto diverse tra loro: dipingere in studio, per dirne una, ha poco a che vedere con l’arte pubblica. Per questo rivendico per me la definizione di artista, che mi sembra la più ampia e libera. La costante nel mio lavoro è forse il tentativo di proiettare immagini mentali nel mondo fisico. Negli anni sono cambiate le immagini e sono cambiati i mezzi, dal foglio di carta allo spazio di una piazza, come nel caso di Portrait Milano. Per questo, più che quella di arte pubblica, la definizione di “pittura espansa” mi sembra in un certo senso più calzante. A volte, scherzando, mi piace dire che più che un artista sono un proiettore.

 


 

Il punto di vista di Andrea Gallo (Pollodesign)
 

Le opere di Agostino Iacurci sembrano nascere da un gesto semplice, quasi spontaneo, ma dietro di esse esiste un importante lavoro di ricerca tecnica e produttiva. Qual è il valore profondo di questo dialogo tra l'artista e l'impresa, e in che misura oggi la capacità di tradurre un'intuizione poetica in un'opera costruibile rappresenta, di per sé, un autentico progetto di design?
Prima di ogni altra cosa, l’impresa deve conoscere l’artista, sposarne l’idea e comprenderne il linguaggio, dopodiché deve studiare come tradurre questo linguaggio in opera fisica. L’impresa in questo caso non può limitarsi ad eseguire, ma deve attingere al proprio know-how e trasferire all’artista e alle sue opere le proprie competenze progettuali e conoscenze dei materiali, figlie di una continua ricerca e sviluppo portata avanti da anni. Questa cultura del progetto e dei materiali rappresenta una ricchezza trasversale di cui l’artista può avvalersi per sperimentare: attraverso il dialogo continuo tra artista e designer, l'idea iniziale ha la possibilità di evolversi, fino a realizzarsi in modi e forme totalmente inaspettati, magari con un materiale o una tecnica che l'artista non aveva minimamente immaginato all'inizio del percorso.
Per riassumere questa sinergia si può dire, secondo me, che parliamo di “arte dietro l’arte”.





Tag: Arte Installazioni Milano Mostre



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 08 luglio 2026

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