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Essere Progetto: intervista con Francesco Zurlo

— 10 dicembre 2025
Dean _ School of Design

Il ruolo dell’errore tra didattica, processo progettuale e cultura del design contemporaneo

Professore ordinario di Industrial Design e Preside della Scuola del Design del Politecnico di Milano, Francesco Zurlo, come racconta in un’intervista, ha scoperto il design dopo la laurea in Architettura: “Ho capito presto di non essere tagliato per quella disciplina. Il fallimento si è trasformato in una rivelazione personale: la conferma che l’idea iniziale era un’illusione, non un trampolino verso il successo nel senso più classico”. Nell’ambito della riflessione sul tema di Fuorisalone 2026 - Essere Progetto, l’opinione di Zurlo diventa un’occasione per approfondire il ruolo dell’errore nella formazione, nella didattica e nel processo creativo. Un invito a considerare l’errore come parte costitutiva del progetto ed elemento centrale della cultura del design. 

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Fotografia di Marco Dapino

Partendo dalla tua esperienza personale, che ruolo ha l'errore nella formazione di un designer? 
La valutazione dell’errore è intrinsecamente legata alla natura dell’oggetto di progetto. Non possiamo trattare l’errore in modo univoco: quando parliamo di design che si interfaccia con la manifattura e i prodotti fisici tangibili, l’errore può avere costi enormi. Il progettista deve anticipare con una profonda criticità ogni potenziale problema. Pensiamo, ad esempio, al design di un oggetto in plastica destinato allo stampaggio a iniezione: una mancata valutazione di aspetti banali, come l'angolo di sformo, può mandare all'aria investimenti di centinaia di migliaia di euro. Qui, l'errore va prevenuto perché il suo impatto - sia in termini economici per l'azienda che in termini ambientali - non è reversibile facilmente. Viceversa, nel mondo dei bytes - servizi digitali, interfacce, software - la tolleranza all’errore è decisamente più ampia. Qui esiste un potente alleato: l’undo, la possibilità di sperimentare senza conseguenze, fare un passo e poi un passo indietro, come in un piccolo rewind progettuale. Questa facilità di correzione rende l’errore meno oneroso e, di conseguenza, più accettabile come parte del processo sperimentale. In sintesi, l'errore è inevitabile nel processo di progettazione, ma la sua accettabilità e la metodologia per gestirlo dipendono dal contesto specifico: l'abilità del designer sta nel saper valutare e anticipare il "costo" di quell'errore.

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Fotografia di Marco Dapino

Il designer dovrebbe essere un “regista di processi” in grado di anticipare l’errore. In che modo la capacità di verifica in fase di sviluppo viene supportata e innovata nella didattica?
Questa capacità di verifica oggi è fortemente favorita dalla prototipazione veloce. Se si analizza il Design Thinking, si vede che, oltre a re-impostare la posa dei problemi, il suo elemento chiave è proprio la prototipazione: si concretizza velocemente l'idea per far sì che essa abbia senso (sense-making) e si costruisce consenso chiamando a raccolta i potenziali utenti tramite focus group e simulazioni. Il mondo digitale ha contaminato positivamente il design dell’oggetto fisico. L'ingegnere di Google, Alberto Savio, ha sviluppato il concetto di pre-totipazione - anziché prototipazione. L’idea è testare l'interesse e la funzionalità di un'idea con strumenti minimali e veloci, come simulare una app con una serie di post-it, prima ancora di investirci. Per osmosi, questa velocità di verifica si è trasferita al design tangibile: l'uso delle stampanti digitali, ad esempio, consente oggi di verificare rapidamente alcuni aspetti di un'idea (formali, ergonomici, accostamenti di materiali), tentando così di evitare gli errori a valle. L'innovazione nella verifica è il modo in cui il design contemporaneo tenta di neutralizzare l'errore.

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Fotografia di Marco Dapino

Come è cambiato l’approccio all’errore e alla sperimentazione nelle scuola di design? 
Il nodo cruciale è un problema di soft skill. Culturalmente, in Europa e in Italia, fallire è ancora percepito come la perdita di una chance definitiva. Questo è in netto contrasto con il modello Nord Americano, dove il tema cruciale è il Fail Fast: l'invito a provare, fare, e se si sbaglia, pazienza, perché si è comunque acquisito un apprendimento significativo. Il nostro obiettivo nella formazione è trasferire un diverso modello culturale. Ciò si traduce in pratiche didattiche che insistono sul lavoro in gruppo, sulla verifica veloce delle ipotesi e sulla capacità di negoziazione e confronto. Un riferimento illuminante è il concetto giapponese di Hansei (riflettere su se stessi), composto da due ideogrammi. Molti studenti sono costantemente proiettati verso il next qualcosa, senza fermarsi. L'Hansei è l’operazione di fermarsi, vedere ciò che si è fatto, riflettere, e comprendere come non replicare gli errori. Recuperare questa dimensione di riflessione su sé stessi in un determinato percorso è fondamentale per la formazione di oggi, contro la corsa costante verso il futuro.

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Fotografia di Marco Dapino

Considerando la complessità attuale, come Preside, ritieni necessario introdurre discipline “umanistiche” che un tempo erano più presenti?
C’è una necessità imprescindibile di potenziare le discipline umanistiche. Abbiamo introdotto il professor Volontè per la sociologia dell’innovazione, ma anche gli apporti della semiotica sono stati fondamentali. Quando ero coordinatore di Integrated Product Design, per lavorare sulle soft skill ho inserito l'insegnamento di Life Design in collaborazione con la psicologia. L'obiettivo è duplice: abituare i ragazzi a riflettere su se stessi per comprendere i propri errori, e renderli capaci di prevedere il loro futuro. Ho imparato la parola speranzosità, una dimensione spesso trascurata dai ragazzi che vivono nell'attimo e che, invece, devono capire dove li porteranno quei "mattoncini" messi insieme. Trovo sia anche cruciale sviluppare la capacità di lettura critica dei fenomeni. Questa dimensione è oggi amplificata dall'avvento di tecnologie potenti come l’AI. Senza capacità critica, si rischia di accettare qualsiasi risultato e di essere costantemente indotti in errore. Il designer deve comprendere le implicazioni etiche di ogni scelta progettuale e deve andare oltre la semplice visione del bianco o nero per cogliere l'infinità di sfumature. Infine, la dimensione umanistica deve integrarsi con gli aspetti più contestuali, come il data literacy (l'alfabetizzazione sull'uso critico dei dati), dove non si prende per buono un risultato senza farsi domande. Questa urgenza si riassume nell'esperienza narrata dallo scrittore David Foster Wallace, il quale, durante un Graduation Day, raccontò la storiella di un pesce anziano che chiede a due pesci giovani: “Ciao ragazzi, com'è oggi l'acqua?” E questi si guardano, rispondendo: “Ma cos'è l'acqua?”.
Questa immagine è potente: i designer non devono mai dimenticare l'acqua in cui nuotano.





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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 10 dicembre 2025

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