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Essere Progetto: intervista con (AB)NORMAL

— 24 novembre 2025
© (AB)NORMAL @piercarloquecchia @dsl__studio 

Sperimentali, radicalmente contemporanei, gli (AB)NORMAL danno vita a progetti che oscillano tra realtà e immaginazione

Parlare con loro significa entrare in un universo dove l’architettura si espande oltre lo spazio costruito, abitando più dimensioni: reale e virtuale, fisica e concettuale. Fondato nel 2017 da Marcello Carpino, Mattia Inselvini, Davide Masserini e Luigi Savio - dopo un’esperienza comune a Rotterdam nello studio OMA di Rem Koolhaas - (AB)NORMAL indaga i confini di questi mondi costruendo spazi e visioni che parlano di cultura pop, fantascienza, tecnologia e gaming. Architetti di formazione e visionari per vocazione, si muovono tra installazioni, interior, scenografie, direzione creativa e allestimenti, reinterpretando l’idea stessa di spazio come linguaggio visivo. Tra collaborazioni con brand come Cassina, Moncler, Versace, LVMH, Vogue, Bally, Plan C Frame, Polimoda - e installazioni per Triennale Milano, Alcova, Oslo Architecture Triennale, Biennale di Venezia - (AB)NORMAL rappresenta un esempio di come il design oggi non si limiti a dare forma ma sappia anche generare esperienze. Li abbiamo incontrati per parlare di immaginazione, metodo e sperimentazione, ma anche del tema di Fuorisalone 2026, Essere Progetto: un invito a riscoprire il valore del pensiero che diventa spazio.

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© (AB)NORMAL_WSA_SOUNDSYSTEM_HERO 

Il vostro lavoro attraversa continuamente scale e formati differenti muovendosi tra più dimensioni. Definirvi architetti non basta più? Chi è (AB)NORMAL? (In cosa siete davvero voi, in cosa siete riconoscibili?
Siamo uno studio realmente multidisciplinare, il nostro approccio unisce architettura, design, grafica e direzione creativa. Questa versatilità ci permette di adattarci a diverse scale e contesti, costruendo un linguaggio riconoscibile, ma in costante evoluzione. La nostra cifra distintiva è l’aspetto visivo e iconico, frutto di processi di ricerca incentrati su fenomeni sociali e culturali contemporanei, dal gaming allo streaming, dal rapporto tra tecnologia e intrattenimento fino all’esplorazione estetica dei materiali. Non aderiamo a uno stile fisso. Preferiamo il movimento, il cambiamento e la messa in discussione, mantenendo così la curiosità e assorbendo gli stimoli di chi lavora con noi: siano brand, istituzioni o committenze private. Questa attitudine, che a volte potrebbe sembrare una debolezza, per noi rappresenta un valore intrinseco: la capacità di interpretare la complessità del presente senza ridurla a una formula predefinita. Aspiriamo a essere riconosciuti per la nostra abilità nel restituire la contemporaneità, trasformando la ricerca in progetto concreto. Spesso siamo percepiti come ricercatori con un interesse per l’architettura, ma è proprio da questa ambiguità che scaturisce la nostra forza: non concepiamo separazioni tra pensiero e costruzione, tra teoria e spazio.

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© (AB)NORMAL_WSA_SOUNDSYSTEM 

Per voi l’architettura è un sistema aperto. Da dove nasce la vostra progettualità? 
Per noi l’architettura è un sistema dinamico e aperto, frutto della costante interazione tra linguaggi, individui e tecnologie. La nostra metodologia progettuale si radica nell'attenta osservazione dei fenomeni culturali e sociali, traducendoli in esperienze spaziali coinvolgenti. Ogni progetto che realizziamo è una narrazione, dove materia, luce, suono e immagine si fondono per creare ambienti non solo da attraversare, ma da vivere intensamente. Lavoriamo in equilibrio tra il virtuale e il tangibile, tra la ricerca speculativa e la realizzazione concreta, integrando gli strumenti digitali come componente essenziale del nostro processo creativo. Il nostro obiettivo non è la forma conclusa, bensì la promozione dell'apertura e la capacità di generare nuove connessioni, significati e comportamenti all'interno degli spazi che concepiamo.

C’è un progetto recente che considerate emblematico del vostro approccio?
Un esempio significativo del nostro approccio è il nuovo flagship store Plan C Frame, in via Manzoni, a Milano. L’abbiamo realizzato insieme alla piattaforma creativa April che ha definito le basi concettuali e programmatiche. Questo progetto incarna la nostra visione di architettura come sistema flessibile e adattabile nel tempo. Lo spazio è concepito come un'infrastruttura dinamica, capace di essere riorganizzata e aggiornata senza interventi strutturali: un contenitore versatile, ideale per ospitare attività di retail, mostre o collaborazioni temporanee. Ogni elemento - dalle pareti attrezzate alla loggia d’ingresso, dalle nicchie tematiche alla scala/libreria rossa - contribuisce a dare vita a un organismo coerente, progettato per trasformarsi attraverso usi diversi, mantenendo al contempo la propria identità. Plan C riflette il nostro interesse per progetti che si pongono all'intersezione tra retail e cultura, tra ciò che è permanente e ciò che è effimero. Ci concentriamo sulla creazione di atmosfere piuttosto che di semplici forme, cercando un equilibrio tra materia e tecnologia, tra linguaggio e comportamento. Per noi, l'architettura si definisce attraverso ciò che accade al suo interno: un sistema vivo, in continua evoluzione, che assorbe e restituisce la contemporaneità.
 

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© (AB)NORMAL APRIL PLAN C @piercarloquecchia @dsl__studio_ @michelapedranti 

Come utilizzate gli strumenti digitali - modellazione 3D, rendering, software - non solo per visualizzare, ma per progettare davvero?
L’introduzione dei software di modellazione e rappresentazione ha trasformato radicalmente il modo di progettare, non solo di visualizzare. Per noi gli strumenti digitali non sono un’estensione tecnica del disegno, ma un ambiente di lavoro dove la forma si genera attraverso la simulazione, l’errore e la possibilità. Modelliamo, testiamo e modifichiamo in tempo reale relazioni spaziali, comportamenti della luce o variazioni materiche. Il rendering non è un’immagine finale, ma un dispositivo critico che ci permette di pensare lo spazio mentre lo costruiamo. Il digitale diventa così un laboratorio operativo, un territorio condiviso dove il progetto prende forma in modo dinamico, aperto e collaborativo.

Pensate che oggi l’ibridazione tra discipline sia una necessità o una scelta?
Non crediamo che l’ibridazione tra discipline sia una necessità assoluta, ma per noi rappresenta una condizione naturale. È ciò che ci permette di superare i confini della progettazione architettonica e di sviluppare progetti che coinvolgono linguaggi diversi – dal design alla curatela, dalla comunicazione alla ricerca visiva. Questa trasversalità ci consente di interpretare meglio la complessità del presente e di costruire spazi che non siano solo fisici, ma anche culturali e narrativi. L’ibridazione non è un metodo imposto, ma la forma più autentica della nostra curiosità.

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© (AB)NORMAL_INTERIOR_BOCCACCIO

Il tema di Fuorisalone 2026, ESSERE PROGETTO, invita a riscoprire il design non come forma finita, ma come processo dinamico e responsabile. Come lo interpretate? 
Viviamo immersi in una narrativa visuale che celebra l’immagine finita come ultimo stadio del progetto. Lo scroll quotidiano sui social ci mostra risultati conclusi, ma raramente rivela la complessità dei processi che li generano: team interdisciplinari, scelte, errori, ripensamenti. Il tema “Essere Progetto” è quindi un invito importante a riportare l’attenzione sul processo, su ciò che normalmente resta invisibile. Per la nostra generazione non è semplice: siamo cresciuti nel culto dell’immagine perfetta, ma oggi sentiamo la necessità di raccontare anche la fragilità e la dimensione collettiva del lavoro. Come studio stiamo iniziando a comunicare sempre di più le fasi intermedie, mostrando il progetto come un sistema vivo, in continua trasformazione.

A proposito di fragilità, si parla sempre poco di errore, come se non facesse parte del processo…
Nel design si parla raramente di errore, perché mostrarlo non è considerato attraente. La cultura contemporanea, e in particolare quella italiana, tende a nascondere le fragilità, identificando lo sbaglio con l’insuccesso anziché con l’apprendimento. Eppure, l’errore è parte integrante del processo progettuale: rappresenta una deviazione fertile, una condizione che obbliga a interrogarsi, a ricalibrare, a migliorare. Capita spesso che un imprevisto diventi il punto di svolta di un progetto, rivelando soluzioni che un percorso lineare non avrebbe previsto. Lavorare in modo aperto significa accettare la possibilità di sbagliare e trasformare quell’errore in strumento critico. È un atteggiamento che ci accompagna in ogni fase del lavoro, e che consideriamo essenziale per non smettere mai di imparare, di evolvere e di affinare la nostra sensibilità progettuale.

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© (AB)NORMAL_INTERIOR_BOCCACCIO

Se doveste scegliere un progetto, un edificio o un artista che vi ha insegnato cosa vuol dire immaginare lo spazio, chi sarebbe?
È difficile rispondere a una domanda di questo tipo, perché per noi immaginare lo spazio non coincide con l’avere un solo riferimento, ma con l’assorbire concetti e sensibilità che si sedimentano nel tempo. Uno dei principi che stiamo recuperando nel nostro processo progettuale è quello di Stimmung, nel senso kantiano: la disposizione emotiva che permette di percepire un’armonia tra l’uomo e il mondo. È un’idea che ci guida soprattutto quando progettiamo mostre o allestimenti legati alla moda, dove l’atmosfera e la risonanza sensoriale contano più della forma. Un altro riferimento recente è Do Ho Suh, la cui mostra abbiamo visitato di recente. Il suo modo di concepire lo spazio come una collezione di memorie di altri luoghi ci ha spinti a riflettere sull’idea di costruire partendo da ciò che già esiste, dai frammenti di esperienze condivise. Ogni progetto diventa così un archivio vivo di ricordi, relazioni e presenze, un modo per dare continuità alla memoria collettiva attraverso l’architettura.

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© (AB)NORMAL @abnormal_story @piercarloquecchia @dsl__studio 

Qual è la vostra più grande sfida oggi come studio?
La nostra sfida più grande è trovare interlocutori che comprendano davvero il potenziale di un dialogo progettuale con noi. Sentiamo spesso di non essere pienamente messi alla prova, come se una parte della nostra energia e delle nostre competenze restasse inespresse. Stiamo lavorando per superare questo limite, ampliando il raggio d’azione verso progetti di scala architettonica, ma non sempre è facile incontrare committenze disposte a cogliere questa evoluzione. Il nostro obiettivo è costruire architetture che abbiano un peso nel contesto, non solo per la funzione o la finitura, ma per la loro presenza geometrica, per la capacità di generare relazioni e influenzare ciò che le circonda. La sfida, oggi, è trasformare questa ambizione in opportunità reali di costruzione e confronto.

A cosa state lavorando? Vi vedremo alla Milano Design Week? 
Stiamo lavorando a diverse collaborazioni che prenderanno forma nei prossimi mesi. Alcuni brand con cui abbiamo già condiviso esperienze nelle passate edizioni del Salone del Mobile hanno scelto di riconfermare la fiducia nel nostro lavoro, e parallelamente stiamo avviando nuovi progetti che ci permetteranno di ampliare ulteriormente il campo d’azione dello studio. È un periodo intenso: stiamo concentrando molte energie sulla chiusura di progetti di interni e di nuove costruzioni avviati nell’ultimo anno, con l’obiettivo di consolidare il passaggio tra ricerca, immagine e realizzazione. Ci auguriamo presto di poter condividere pubblicamente parte di questo percorso, che per noi rappresenta un momento di evoluzione concreta e di nuove prospettive per (AB)NORMAL.

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Tag: Essere Progetto Interviste Design Product Design Fuorisalone 2026



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 24 novembre 2025

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