La visione poetica e radicale di Alessandro Mendini torna al centro della scena internazionale
“Se realizzo dei vasi posso mettergli degli occhi o la bocca, farli sorridere. L’oggetto va arricchito con un po’ di commedia dell’arte. Deve creare un grado di attenzione che induca una persona a occuparsene”, diceva Alessandro Mendini in una bellissima intervista di dieci anni fa. E in effetti in questa frase c’è già tutto: la visione, l’ironia, il rifiuto di un design neutro e silenzioso. Per Mendini l’oggetto non è mai stato soltanto funzione o stile, ma racconto, presenza emotiva, relazione. Un corpo capace di guardare chi lo guarda, di sorridere, di destabilizzare le certezze dell’osservatore. La sua idea di design profondamente umana, narrativa, persino teatrale, che attraversa tutta la sua opera, torna con forza nella grande mostra “Alessandro Mendini” in programma dal 16 gennaio al 10 maggio alla Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra.
Architetto, designer, artista, teorico e direttore editoriale, Mendini è stato una delle figure più complesse e influenti del design italiano del dopoguerra. Nato a Milano nel 1931, ha attraversato radical design, postmodernismo e critica del modernismo senza mai aderire completamente a un’unica etichetta. Piuttosto, ha usato il progetto come strumento di riflessione culturale, interrogando costantemente il ruolo dell’oggetto, del gusto e della funzione nella società contemporanea. La mostra londinese - la prima personale nel Regno Unito a lui dedicata - restituisce questa complessità attraverso circa cinquanta opere che spaziano tra arredi, disegni, dipinti, tappeti e oggetti di design. Non una semplice retrospettiva cronologica, ma un racconto stratificato che mette in luce il carattere giocoso, poetico e intellettualmente rigoroso del suo lavoro, così come le iconiche collaborazioni con aziende come Alessi e Swatch.
Un nucleo importante dell’esposizione è dedicato al dialogo che il designer - laureato in Architettura al Politecnico di Milano nel 1959 - ha instaurato con la storia dell’arte e con le avanguardie del Novecento. Dal Futurismo, di cui condivideva l’ambizione utopica di fondere arte e vita, fino a Kandinsky e Malevič, le sue opere non citano mai in modo reverenziale, ma reinterpretano, trasformano, sovvertono. Emblematica in questo senso è la celebre Poltrona Proust, arredo neo-barocco attraversato dal colore puntinista, diventato uno dei simboli più riconoscibili del design italiano. “Quella poltrona non è niente ed è tutto. La realizzai nel 1978. Non era un oggetto di design, non era letteratura, non era pittura. Al tempo stesso era tutto questo. Dunque, un oggetto ambiguo. Pensato, piuttosto che disegnato. Collocai una poltrona finto Settecento in un prato di Signac”, raccontava Mendini nell’intervista di cui sopra.
Accanto agli oggetti più noti, la mostra mette in evidenza una dimensione forse ancora più rivelatrice: quella antropomorfa e narrativa. I celebri cavatappi Anna G. e Alessandro M., progettati per Alessi, incarnano perfettamente la sua filosofia del “trattare gli oggetti come se fossero esseri umani”. Volti, espressioni, caratteri: per Mendini anche il design industriale può - e deve - raccontare una storia. Rileggere Mendini oggi significa ricordare che il progetto può essere anche posizione culturale, racconto, ironia, emozione. Che un oggetto può sorridere, guardare, destabilizzare. E che il design, quando è davvero tale, non si limita a occupare lo spazio, ma lo abita, instaurando una relazione viva con chi lo incontra.
