Il caso Olivetti mostra come impresa, cultura e responsabilità sociale possano fondersi in un’unica visione
Il tema scelto per il Fuorisalone 2026 - Essere Progetto - invita a riflettere sul processo progettuale come pratica di consapevolezza, capace di dare forma non solo agli oggetti, ma anche alle relazioni, agli spazi che ci circondano, ai bisogni sociali, ai modi dell’abitare. In questa prospettiva, la storia dell’Olivetti resta una delle esperienze più radicali del Novecento: un’impresa che ha rappresentato il progetto come metodo, cultura e responsabilità. Adriano Olivetti, tra le fine degli anni ’40 e il 1960, non ha semplicemente “fatto” progetto: è stato progetto. Come scrive Giancarlo Lunati in Adriano Olivetti. La cultura come progetto, “la sua impresa è stata una forma di civiltà, un tentativo di armonia tra tecnica e umanesimo”.
Il modello Olivetti era un organismo vivo in cui tutto era pensato: architetture, prodotti, comunicazione, luoghi di lavoro, servizi sociali. Nulla era decorativo o accessorio, perché tutto partecipava a un’idea più ampia, dove estetica ed etica coincidevano. Marco Sammicheli, in Adriano Olivetti e il design come azione politica, riassume così questa tensione: “Il progetto, per Olivetti, non è un oggetto, ma un metodo di relazione. Un atto politico e culturale che mette al centro la persona”. Anche le architetture riflettevano questa visione. Gli stabilimenti progettati da Figini e Pollini, Cosenza, Valle e Gardella aprivano la fabbrica alla luce e al paesaggio, anticipando ciò che oggi chiameremmo sostenibilità: rispetto per il territorio, per il lavoro e per il tempo delle persone. Come nota Giorgio Bigatti, “le architetture Olivetti sono edifici morali oltre che funzionali”.
© Olivetti_Ronzanieditore
Il design Olivetti è stato il volto visibile di questa filosofia. Le macchine da scrivere di Nizzoli, le calcolatrici di Bellini, la Valentine di Sottsass più che prodotti erano idee di mondo. Oggetti che univano tecnologia e grazia, precisione e umanità, educando al gusto e alla bellezza. Paola Antonelli ha definito Olivetti “la prima azienda a far coincidere design e democrazia”, intendendo che in quegli oggetti c’era la volontà di rendere il design una lingua universale, comprensibile per tutti. L’Olivetti è stata anche un laboratorio multidisciplinare ante litteram. Ingegneri, architetti, poeti, grafici, filosofi e sociologi lavoravano fianco a fianco; riviste, biblioteche e percorsi formativi alimentavano una cultura condivisa. Come ricorda Stefano Boeri in Olivetti. Forme e Valori, fu “il primo laboratorio multidisciplinare della modernità”. Il sogno della Comunità di Ivrea incarnava questa tensione: armonizzare impresa e giustizia sociale, lavoro e cultura, tecnologia e bellezza. In un’epoca di lavoro seriale, Olivetti costruiva appartenenza, responsabilità e partecipazione formando non solo professionisti, ma cittadini.
In un presente dominato dalla velocità e dalla semplificazione tecnologica, la lezione Olivetti rimane sorprendentemente attuale. Ci ricorda che il progetto non è mai solo forma o funzione, ma significato: ogni prodotto porta con sé una visione del mondo. E che non esiste innovazione senza un pensiero capace di collegare progresso e benessere umano. “Io sogno una fabbrica nella quale l’uomo sia al centro, e la macchina un mezzo per la sua liberazione” - scriveva Adriano Olivetti - una frase che contiene tutta la sua visione, ma parla anche a noi, perché il progetto è totalità: impresa, architettura, design, comunicazione, paesaggio, etica. L’Olivetti resta l’esempio più potente di come un’impresa possa simboleggiare un’idea di mondo, una dichiarazione d’amore per la possibilità del progetto. Forse, oggi più che mai, tornare a Ivrea - non come luogo, ma come concetto - significa ritrovare quella dimensione umana e poetica del fare che ci permette, ancora una volta, di Essere Progetto.
