Architetture essenziali, consapevoli, radicate: lo studio milanese costruisce habitat che evolvono con chi li abita
Studio Wok nasce da un Erasmus in Portogallo trasformato in amicizia e da un concorso vinto di sera, nei weekend, quando Marcello Bondavalli, Nicola Brenna e Carlo Alberto Tagliabue lavoravano ancora in altri studi. Scelgono il loro nome e nel 2012, a Milano, fondano Studio Wok. Che si tratti di un fienile trasformato in casa di campagna, di interni in città, di sedi aziendali o nuove architetture immerse nel paesaggio, Studio Wok lavora per creare “condizioni ambientali positive”, spazi che dialogano con la vita quotidiana e con i contesti - naturali o urbani - che li circondano. I tre architetti considerano il progetto come un ponte tra il luogo e le persone che lo abitano: tra ciò che esiste e le abitudini che può generare. Oggi la loro ricerca si amplia: nuove case sul Lago di Garda, interventi sul Lago di Como, progetti in Sardegna e nelle Marche, fino a cantieri corporate in cui l’architettura diventa anche narrazione, identità, manifesto. Dal 2025 sono anche Course Leader del Master in Interior Nel 2019 Wallpaper* li ha inseriti tra i 20 studi emergenti più promettenti al mondo; e dal 2025 sono anche Head of Course del Master in Interior Design la Scuola Politecnica di Design di Milano continuando a interrogarsi, dentro e fuori lo studio, su cosa significhi “Essere Progetto” oggi.

© Simone Bossi
Come vi piacerebbe essere definiti? (la vostra essenza? In due parole)
Ci piace essere definiti architetti, con la concezione ampia del termine che rifugge le specializzazioni e lascia aperti vari campi di ricerca.
Qual è l’“ingrediente” che non può mancare in un progetto firmato studio wok? Quello che vi tradirebbe se mancasse?
Credo la cura e l'attenzione agli spazi che sono pensati per la vita delle persone e un’architettura cosciente del paesaggio all’interno del quale si inserisce.
Parlate spesso di “habitat” più che di architettura: qual è l’abitudine, il gesto quotidiano o la micro-ritualità che più vi interessa progettare? E qual è per voi l’habitat perfetto?
Spesso ci diciamo che ci piace progettare spazi flessibili e generosi, all'interno dei quali non vengono stabiliti a priori da noi progettisti i gesti o le ritualità di chi li abita. Certamente proviamo ad immaginare usi molteplici, ma non abbiamo di certo la presunzione di decidere noi per le persone come devono vivere! Una delle nostre più grandi soddisfazioni è scoprire che le persone vedono negli spazi che progettiamo possibilità di usi che nemmeno avevamo immaginato. L’habitat perfetto è quello che ha spazi che suscitino emozioni positive, che facciano stare bene le persone. Spesso la qualità dell’architettura e la sua influenza sulle persone è sottovalutata: abitare vuol dire anche creare abitudini che nascono dall’interazione tra uomo e ambiente costruito. Forse se tutti avessimo vissuto scuole, ospedali, uffici, ecc. di qualità, ci sarebbe maggior consapevolezza del valore dell’architettura.

© Francesca Iovene
Lavorate spesso luoghi diversi: Lago di Garda, Como, Marche, Sardegna. Chi sono i vostri clienti?
La premessa è che siamo molto fortunati. Abbiamo committenti che riconoscono l'importanza del ruolo dell'architetto e il valore della nostra ricerca; specialmente in contesti paesaggistici sensibili, l'architettura, che sia un recupero o una nuova costruzione, rappresenta un tassello di questi paesaggi e deve per forza di cose creare un dialogo con essi. La vera sostenibilità è per noi quella del paesaggio ed è emozionante trovare persone con questa sensibilità con le quali collaborare.
Dalle cascine ai fienili, dai nuovi volumi al restauro: qual è la sfida più grande quando si lavora in un contesto rurale senza cadere nel pittoresco o nella nostalgia?
È quasi sempre una questione di misura. La sfida è trovare il giusto equilibrio tra l’interpretazione della tradizione e l’introduzione di elementi contemporanei. Può sembrare un ossimoro, ma ci piace progettare edifici che siano al tempo stesso contemporanei e atemporali, diventando parte del paesaggio, come fossero lì da sempre.

© Simone Bossi
State lavorando molto anche sul corporate, tra sedi aziendali e restyling. Cosa state imparando? Quando un edificio diventa anche un “manifesto”?
Il ruolo dell'architettura non è solo quello di operare in contesti straordinari o con grandi budget; è anche quello di provare a dare risposte di qualità a temi ordinari, come per esempio quello del lavoro. Collaborare con aziende che riconoscono l'importanza di lavorare in spazi di qualità è estremamente stimolante.
Il progetto di architettura diventa un manifesto quando è in grado di raccontare l'essenza di un'azienda, esprimere i suoi valori e la sua qualità.
Ci vuole grande sintonia tra committente ed architetto e per questo motivo, prima di iniziare a lavorare con un'azienda o con un brand, dobbiamo sposare in pieno la loro missione.
Veniamo al tema di Fuorisalone 2026. Quando sentite di “Essere Progetto” nel senso più profondo? Nel primo schizzo? Nel rendering finale? Nel cantiere? O nell’attimo in cui una persona abita quello spazio per la prima volta?
In ogni nostro progetto deve sempre esserci un concetto forte che rappresenti la sua anima. Può essere una scelta tipologica o di linguaggio, ed è quell'elemento che nella fase di concept definiamo come imprescindibile e che bisogna difendere fino alla fine, con tutte le nostre forze. Il progetto di architettura è un processo complesso, frutto del dialogo e della mediazione col committente ed è spesso fatto di imprevisti e compromessi; come progettisti dobbiamo essere bravi ad arrivare alla fine senza che il progetto perda la sua coerenza, tutto il resto può cambiare, evolversi e adattarsi.

© Marcello Mariana
Un errore o un vostro fallimento che ricordate in questi anni?
Per il nostro metodo di lavoro l’errore fa parte del processo, non lo consideriamo mai un fallimento. Spesso diventa un’occasione per stimolare nuovi ragionamenti e ricercare soluzioni creative. Abbiamo un approccio umile verso la professione, sentiamo che ogni progetto rappresenta un’occasione per imparare e siamo convinti che gli errori facciano parte del percorso, aiutano a crescere e a capire come evitarli in futuro. Amiamo le architetture nelle quali emerge l’imperfezione come segno di verità e artigianalità, le consideriamo più emozionanti.
Cosa vi interessa davvero degli interni oggi - al di là del “refinement” milanese che si vede su Instagram?
Gli interni per noi sono architettura, non ci piace il tentativo di farli diventare una specializzazione o una disciplina a sé stante. Come architetti non ci interessa la decorazione fine a sé stessa ma il progetto dello spazio, la definizione dei suoi limiti attraverso lo studio della luce naturale, la tattilitá dei materiali e il disegno dell’arredo che spesso diventa un dispositivo di gestione dello spazio.
Citando Vico Magistretti “Metto una struttura tale che caratterizzi la casa, non come fatto di moda ma come fatto di spazi. Poi, anche se la riempiono di porcherie non ha importanza. Importante è che la struttura della casa regga” (su Il Piacere, Novembre 1986). Gli interni sono pensati per far star bene le persone e questa attenzione è quella che cerchiamo di insegnare agli studenti del master in interior che dirigiamo alla SPD.

© Marcello Mariana
Perché avete scelto di diventare architetti?
Perché l'architettura tratta temi complessi e pragmatici ma al tempo stesso ha la magia di emozionare.
Prima di iniziare l'università non avevamo ben chiaro tutto questo, la consapevolezza e l'amore per l'architettura sono cresciuti pian piano e fortunatamente brucia ancora dentro di noi, forse ancora di più degli inizi.
Tag: Essere Progetto Interviste Design Fuorisalone 2026
© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 20 gennaio 2026
