La tessitura come gesto quitidiano, scrittura della realtà e forma di resistenza
Caterina Frongia porta nel design tessile un linguaggio che intreccia memoria, migrazioni e alfabeti nascosti. Nata a Oristano, e di base a Bologna, lavora sul confine tra arte e artigianato, trasformando tecniche arcaiche della tradizione sarda - come la tessitura a pibiones - in sistemi visivi contemporanei, dove convivono geometrie, simboli, codici Braille e scritture in filo. I suoi arazzi e le sue cappe sono architetture tessili che custodiscono storie: parole ricamate come appunti poetici e politici, tracce di passaggi umani, riferimenti alla cultura africana, metafore sul rifugio e sul nomadismo. Negli anni il lavoro di Caterina ha trovato spazio in numerose mostre e contesti come il Lake Como Design Festival, la Dutch Design Week e la Milano Design Week. Negli ultimi mesi ha presentato nuove opere come Dal mare non vedo che cieli da MSGM a Milano, Designers Atto II al MURATS di Samugheo e Tessere per resistere all’ISRE di Nuoro. Nel suo percorso recente si inseriscono anche collaborazioni con Artemest e con il collettivo We Mediterranean.

caterinafrongia_liberacidalmare_dettaglio_2025_©francescocorlaita
Chi è oggi Caterina Frongia?
Oggi sono come ieri, solo un po’ di più. Come dico sempre, siamo stratificazioni di carattere, educazione, persone e luoghi. Ciascuno di noi fa esperienza a sé ed è il risultato delle relazioni umane che ha avuto: su questo punto sta il mio focus, non c’è dubbio; l’essere umano con tutta la sua umanità è al centro del mio lavoro. Sono convinta che le cose che facciamo, siano esse materiali o immateriali, debbano servire a qualcuno e rimango sempre stupita, io che faccio oggetti materiali, di quanto lavoro immateriale ci sia dentro a quell’oggetto finito. Continuo a considerarmi non classificabile, “I don’t want to be pigeon-holed”, dicono gli inglesi, non sono una designer, non sono un’artista formatasi all’Accademia, non un’artigiana e tantomeno una scrittrice, ma oggi sono una che si muove in punta di piedi tra le discipline. Per riassumere il lavoro che faccio potrei dire che trascrivo sull’arazzo la storia del mio committente: lui mi racconta la sua storia personale e io la traduco in simboli, restituendogli una sorta di ritratto. Finora ho ascoltato tante storie di vita, le ho studiate, le ho riportate con rispetto e ne conservo ancora oggi le riflessioni, le annotazioni, gli schizzi su un quaderno per ogni cliente, un lavoro faraonico a volte. Ascolto e trascrivo cose immateriali.
Le tue opere spesso uniscono motivi arcaici, codici contemporanei e frammenti di alfabeti. Come decidi quali linguaggi far convivere all’interno di un solo tessuto?
Dipende sempre dalla storia che devo raccontare, più è ricca di segreti e maggiormente uso dei linguaggi criptati. Al contrario, se voglio un contenuto leggibile utilizzo alfabeti comprensibili, ma il più delle volte c’è sia l’uno che l’altro. Solo in seguito subentra la questione estetica, l’equilibrio tra le figure, con numerosi aggiustamenti, rifacimenti e perfino soluzioni casuali. Sicuramente non si tratta mai di lavori “facili”, c’è sempre un po’ di purgatorio da attraversare e le cicatrici a volte si vedono.

caterinafrongia_cappa©dariocervellin_2025 caterinafrongia_narente_2024_©narente
Nel progetto Dal mare non vedo che cieli emerge l’idea dell’oggetto come attraversamento e contaminazione. In che modo questa dimensione influenza il tuo modo di progettare?
La migrazione e il nomadismo sono la mia ossessione, dunque il mio lavoro non può ignorare la situazione geopolitica attuale e le ragioni per le quali le persone si spostano: difficoltà ambientali, cambiamenti climatici, desertificazione, deforestazione; esattamente come fanno le altre specie, gli uccelli, per esempio. In natura non esistono confini chiari e tutti cercano nuovi luoghi dove nidificare. Più in generale migrare aiuta a creare nuovi tipi di pensiero e biodiversità culturale. Migrare vuol dire muoversi e muovendoci trasportiamo e apportiamo tecniche, conoscenza, vicinanza umana e comprensione delle cose. Nelle opere in mostra sono riuscita a far confluire contenuti molto differenti tra loro, elementi autobiografici, storie di vita altrui, questioni ecologiche, considerazioni politiche o etiche. Ho tessuto gli arazzi mischiando lana, anellini da ornitologo, fischietti di salvataggio, cucchiaini da pesca, corde e così via. In mostra c’era anche una cappa dal titolo evocativo: How sexy your kindness could be. La ricchezza culturale genera gentilezza.
Le collaborazioni recenti - con MSGM o con We Mediterranean - ti hanno portata fuori dallo spazio del telaio. Cosa cambia?
Non cambia quasi nulla dal punto di vista progettuale, si tratta pur sempre di scrittura. Mentre sperimentare altri contesti mi elettrizza, e mi piacerebbe essere multidisciplinare. Sono abituata a lavorare in solitudine e condividere la mia cifra con altre persone mi ha dato maggiore consapevolezza di poter essere capita. Lavorare con MSGM è stato molto divertente, perché tutto è iniziato e finito quasi nello stesso momento, ho sfiorato la moda senza essere travolta dal suo carismatico vortice, in un certo senso è come se essa stessa avesse preso un po’ di lentezza da me. Con We Mediterranean condivido gli stessi ideali. Il progetto si fonda sui principi dell’accoglienza, del dialogo e della convivenza e lo fa costruendo strutture leggere ma dalla simbologia molto forte. Per me è stato molto naturale, oltre che un onore, poter intervenire sul loro progetto Canopy, un soffitto tessile che accoglie e ripara chi si trova di passaggio.

caterinafrongia_dreamofflight_2024_©francescocorlaita caterinafrongia_liberaci dalmare_2025_©francescocorlaita
Il tessuto è stato definito “un’architettura morbida”, capace di creare rifugi temporanei. Ti riconosci in questa lettura del tuo lavoro?
L’architettura, secondo Loos, ha origini tessili e la definizione mi calza a pennello. Non perdo mai di vista la funzione primaria che gli oggetti tessili costituiscono per alcune civiltà, versatili a tal punto da poter essere collocati sulle pareti come sul pavimento, utilizzati per ripararsi dal freddo, dal caldo, dalle intemperie in genere. Un tempo servivano a coprire il corpo e già per questo erano da considerarsi “abitati”. La trasformazione e il movimento erano insiti nella loro funzione. Questo aspetto nomade dell’oggetto tessile lo riconosco nel mio lavoro sia a livello strutturale che tematico. I miei lavori racchiudono storie di vita intere, in un certo senso le riparano e preservano.
Il codice Braille è ricorrente nei tuoi arazzi: un alfabeto che non tutti possono leggere. Cosa ti interessa di quel limite tra visibile e invisibile?
Il Braille, seppur funzionale pari agli altri alfabeti, esprime più di tutti un’assenza o, perlomeno, evidenzia la dialettica presenza/assenza. Leggere il Braille non si riduce a vedere, ma diventa sentire: quella sensazione che superficialmente rimanda al buio diventa immensamente luminosa se guardata dall’interno, ed esaltata dagli altri sensi. Da una mancanza si alimenta un’enorme presenza di immagini, sensazioni, sensibilità e intelligenza del corpo. Il Braille simboleggia per me lo strumento esemplare di espressione di forza di volontà, di comunicazione con gli altri, di semplificazione e alleggerimento di un difetto o problema, quasi una facilitazione persino per gli altri, per chi non è toccato direttamente dalla questione. La scelta del Braille, dunque, non è meramente estetica. Mi piace che possa essere letto da chi ne ha le capacità e, con un piccolo sforzo, decifrato da chi non le ha.

Courtesy of caterinafrongia
La dimensione politica del tessile nei tuoi lavori è sempre sottile, mai dichiarata. Che ruolo ha per te il gesto della tessitura come forma di resistenza?
I nostri lavori scaturiscono sempre da idee, ideali, osservazioni. Le mie non sono prese di posizione definite, ma ragionamenti sulle cose che vedo succedere. Non dico delle cose giuste o sbagliate, piuttosto mi chiedo se le cose siano giuste o sbagliate. La tessitura in quanto forma di scrittura ha tutto il tempo di riflettere sulle cose, infatti spesso è un atto di resistenza, cela un attivismo silente ed è manifestazione di resistenza di chi vive la guerra, ad esempio. Nel mio caso è solo un atto di riflessione, un tentativo di comunicare, di generare uno scambio tra chi scrive e chi legge. La mia unica forma di resistenza è sul piano tecnico, è il lavoro artigianale che mi tiene incollata alla memoria, lascio che le mani pensino e che la mente faccia, come si suol dire.
“Essere Progetto”: cosa significa per te?
Essere progetto significa essere consapevoli del movimento, favorire il cambiamento, è un sistema vivo, ovviamente. È un continuo chiedersi come si fanno le cose, è ricerca, è una forma di conoscenza. La mia parola preferita è invenzione, perché rende possibile qualsiasi cosa attraverso tutte le conoscenze che si hanno a disposizione più quella che non si sa ancora di avere. È il cuore pulsante dell’opera, l’adrenalina, la pena che vale. Invenzione corrisponde a nuovo, che non è un punto di arrivo, ma un atteggiamento, un modo di essere, è qualcosa di imprendibile, perché include il diverso, l’estraneo, il non comune. L’oggetto finito è come se mettesse ordine a tutto questo. Infatti quando è finito non mi interessa più, a volte, addirittura, dimentico i miei lavori.

Courtesy of caterinafrongia
A cosa stai lavorando?
Sto progettando quattro arazzi angolari tutti bianchi che hanno come tema proprio l’essere messi all’angolo, metafora di questi tempi e del non essere capaci di fallire, della paura di scomparire, di non superare la frustrazione dello sbaglio, del senso di colpa e della vergogna. Viviamo come in una fiaba e delle fiabe vogliamo vedere solo il lieto fine. Mentre il mondo è nel bosco.
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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 13 gennaio 2026
