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Essere Progetto: intervista a Plasticiet

— 02 dicembre 2025
Courtesy of Plasticiet

Tra ricerca, artigianato e industria, Plasticiet trasforma la plastica di scarto in “nuove pietre” che parlano di futuro, sostenibilità e bellezza imperfetta

Premiati come Emerging Talents of the Year alla Dutch Design Week 2025, Marten van Middelkoop e Joost Dingemans fondano nel 2016, a Rotterdam, Plasticiet: uno studio che trasforma la plastica di scarto in un materiale nuovo, sorprendentemente elegante e durevole. Recuperano rifiuti post-industriali e post-consumo provenienti da aziende, filiere alimentari o persino stampi per dolci e li fondono in lastre compatte e decorative che evocano le venature del marmo o i motivi del terrazzo veneziano. Più che riciclare, Plasticiet costruisce un nuovo linguaggio materico. Oggi il loro lavoro ruota attorno a due collezioni principali: Karlite, un’alternativa sostenibile alla resina, e Mother of Pearl, materiale realizzato a mano che imita la luminosità irregolare della madreperla, entrambi derivati al 100% da plastica recuperata. Accanto a queste linee, lo studio sviluppa materiali su misura per brand e spazi commerciali - tra cui Jil Sander, Bershka x OMA, Ace & Tate, BMW e Liberty London - muovendosi tra ricerca, artigianato e produzione industriale. 

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Plasticiet x Jil Sander, Store design by Casper Mueller Kneer, Courtesy of Jil Sander, Photographer Paul Riddle

Come vi definite? Siete più un material lab, un brand di superfici o un progetto di design circolare?
Siamo tre cose. Produttori di materiali (solid surface), uno studio di design e un piccolo laboratorio di arredi in cui tutto realizzato con plastica riciclata. Progettiamo e sviluppiamo internamente i nostri materiali, che poi produciamo in autonomia. Da questi materiali poi nascono arredi e oggetti, sia per le nostre collezioni sia per lavori su commissione.Tutto ciò che facciamo parte da un’etica del riciclo: crediamo che la plastica non sia semplicemente uno scarto, ma una risorsa preziosa che merita di essere reintrodotta nel mondo con cura e consapevolezza.

Nel vostro racconto c’è un periodo Mumbai da cui è arrivata l’intuizione, l’incontro con artigiani che riusano tutto, e poi un forno per toast in cui avete iniziato a fondere plastica. Quanto c’è ancora oggi di quell’attitudine super-sperimentale?
Spesso ci sentiamo ancora come due ragazzi alle prese con un progetto scolastico sfuggito di mano. Crescendo abbiamo dovuto diventare imprenditori, ma non abbiamo mai perso quel senso di gioco e curiosità: è il nostro nucleo, ciò che amiamo fare. Siamo sempre lì a inventare, modificare o ricostruire macchinari per adattarli alle nostre esigenze. Quando sviluppiamo nuovi materiali, affiniamo all’infinito, e dentro questa ricerca continua troviamo ancora incidenti felici, piccole scoperte che aprono la porta a qualcosa di nuovo. È proprio quell’equilibrio tra struttura e sperimentazione a tenere vivo il processo.

Qual è stato il momento “ok, funziona”? I prodotti Plasticiet nascono dall’osservazione delle pietre naturali.. c’è stato un progetto o un cliente che vi ha fatto capire che la plastica poteva diventare davvero “pietra”?
All’inizio abbiamo realizzato un piccolo blocco, grande meno di 10x10 cm, usando i tappi delle bottiglie di shampoo. È stato il nostro primo esperimento riuscito, quello che ci ha fatto pensare: ok, questa idea può davvero funzionare. Nel corso degli anni ci sono stati molti momenti di dubbio, in cui ci dicevamo: funzionerà o non funzionerà? Finora, per fortuna, sta funzionando! Abbiamo continuato a migliorare e a fare ricerca. Adesso stiamo lavorando per fare in modo che ogni prodotto sia composto, il più possibile, da un solo materiale, senza parti aggiunte che non si possono separare. Il nostro obiettivo è semplice: se qualcosa può essere realizzato con i nostri materiali, allora vogliamo che sia fatto interamente con quelli.

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Plasticiet Karlite Sienna for Wandler, Pictures by Pim Top

E perché la plastica? In un mondo in cui tutti vogliono “meno plastica”, voi avete deciso di guardarla in faccia e nobilitarla. 
La plastica non sta scomparendo: ogni anno ne vengono prodotte oltre 450 milioni di tonnellate. Per capirne la scala, è come avere 45 milioni di camion della spazzatura completamente carichi. Con una produzione così enorme, serve un’infrastruttura solida per riciclarla. Dobbiamo mostrare alle persone quanto la plastica sia in realtà un materiale speciale, motivarle a non buttarla via, a prendersene cura: riciclandola o valorizzandone le qualità uniche. Pensiamoci un attimo: è sorprendente che da una sostanza nera e oleosa (il petrolio), estratta in profondità dalla crosta terrestre, riusciamo a ottenere - attraverso vari processi - un materiale che può letteralmente fare quasi tutto ciò che vogliamo. La plastica è presente in quasi tutti gli oggetti che utilizziamo, e ogni suo componente è progettato per svolgere una funzione precisa. Noi non sosteniamo l’idea di produrre più plastica: sosteniamo l’idea di usarla in modo corretto. Quando questo accade, la sua forza e la sua versatilità emergono chiaramente, ricordandoci che è un materiale capace di molto più di quanto gli riconosciamo.

Nel cuore del vostro lavoro oggi ci sono due superfici: Karlite e Mother of Pearl. Che differenze hanno e quando consigliate di usare l’una o l’altra?
Mother of Pearl and Karlite condividono solo il materiale di base, ma i loro processi sono completamente diversi. Karlite è più industriale, un materiale che abbiamo progettato appositamente per una produzione su larga scala e uniforme. Mother of Pearl, invece, è letteralmente realizzata a mano. Alla fine è una questione di gusto. Karlite offre una traslucenza controllata e una resa uniforme, mentre Mother of Pearl valorizza movimento e un’estetica più vicina alla pietra naturale. 

Tutti i vostri materiali sono 100% riciclati, da scarti post-produzione o post-consumo: da dove arrivano queste plastiche? Avete una vostra “filiera” o dipendete dalle aziende partner? 
Nel tempo abbiamo collaborato con molte aziende che ci forniscono policarbonato riciclato. La maggior parte arriva da vecchi fari d’auto e da scarti di produzione.

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Immagine a sinistra: Plasticiet, Mother of Pearl, Picture by Pim Top                     Immagine a destra: Plasticiet, Karlite Pomegranate object 2, by Pim top

Una cosa che colpisce dei vostri pannelli è che non cancellano il passato del materiale: si vedono ancora i frammenti. È una scelta politica (mostrare lo scarto) o estetica (il terrazzo, le venature)? 
Entrambe le cose. Vogliamo che i nostri materiali portino con orgoglio la loro storia. Le tracce del loro uso precedente, le piccole imperfezioni: ricordano che la trasformazione non cancella l’origine. In questo senso, i frammenti visibili sono sia una scelta progettuale sia una dichiarazione: dimostrano che lo scarto può essere bello quando gli si dà una nuova forma e funzione, e può così rientrare nel mondo come un nuovo prodotto o progetto.

Fate anche materiali custom: come funziona? 
Chiediamo ai clienti di condividere i loro riferimenti, come colori RAL/Pantone, schizzi o rendering, una descrizione visiva, l’applicazione prevista, ecc. A quel punto realizziamo un set di quattro campioni e lo inviamo al cliente, così può scegliere quello più adatto al progetto. Se il risultato non è ancora perfetto, affiniamo e ripetiamo il processo finché non lo diventa.

Che cosa manca oggi, secondo voi, perché i materiali riciclati diventino la norma e non l’eccezione? 
Coerenza e infrastruttura. Molti materiali riciclati sono ancora prodotti su piccola scala, con disponibilità o qualità non sempre prevedibili. Servono sistemi più ampi che sostengano il riciclo come pratica standard, non come ripensamento - e questo richiede un cambiamento a livello dell’ intero settore. Allo stesso tempo, designer, architetti e clienti devono fidarsi che i materiali riciclati possano essere sia belli che affidabili. Cambiare questa mentalità - vedere la plastica riciclata non come un compromesso, ma come un materiale di valore e di alta qualità - è fondamentale per un reale progresso.

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Plasticiet x Bershka, store design by OMA

Il tema del Fuorisalone “Essere Progetto”. Cosa significa per voi? 
Per noi “Essere Progetto” significa soprattutto un modo di pensare: un approccio che ci porta a vedere la plastica non come scarto, ma come una risorsa da trasformare in superfici durevoli e belle. Attraverso il progetto dimostriamo che il valore dei materiali non si esaurisce nel loro primo utilizzo: può essere rinnovato, reinterpretato, rilanciato. Questo implica un cambiamento culturale e industriale: non possiamo più trattare materiali versatili e resistenti come usa e getta. Ed è qui che il progetto diventa uno strumento di responsabilità, ma anche di immaginazione. Sapere di non essere soli in questo percorso - clienti e consumatori più consapevoli, designer e architetti che scelgono materiali responsabili, contractor che incorporano la riduzione degli sprechi - conferma che il progetto è soprattutto un processo collettivo. Non esiste una soluzione unica: esiste una rete, un dialogo, un modo condiviso di costruire. Ed è proprio questa dimensione collaborativa che rende il progettare così stimolante: ogni conversazione e ogni nuovo progetto ci permette di sperimentare, esplorare, giocare con idee diverse. Ed è lì che, per noi, “Essere Progetto” prende davvero forma.





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