Dalle nevi dell’Alaska agli altipiani asiatici, un racconto visivo su come il paesaggio condizioni scelte, corpi e immaginari
C’è un momento, davanti a certe immagini di montagna, in cui si smetti di pensare alla vetta e inizi a immaginarti dentro la storia. “Call of the Mountains” (Ed. Gestalten) nasce esattamente lì: in quello spazio mentale dove il desiderio di partire incontra il bisogno di rallentare, osservare, respirare. Non è un libro “tecnico” né un semplice coffee table book da sfogliare distrattamente, ma un oggetto editoriale che mescola avventura, cultura e introspezione, raccontando il magnetismo delle grandi catene montuose attraverso fotografie potenti e storie che restano addosso. Le montagne diventano qui luoghi di trasformazione, territori estremi in cui si misura la resistenza fisica, ma soprattutto quella emotiva, scenari in cui il silenzio pesa quanto lo sforzo e ogni gesto è essenziale.

"Photo Jeremiah Watt, Call of the Mountains, gestalten 2025" (United States)
Dall’Alaska più selvaggia, con discese sciistiche pionieristiche su neve intatta, fino alle grandi pareti della Groenlandia e agli altopiani della Cina, il libro segue donne e uomini che scelgono l’avventura “human-powered”, affidandosi al proprio corpo e alla relazione diretta con l’ambiente. Non è una celebrazione muscolare dell’impresa, ma un racconto fatto di attese, errori, ascolto e rispetto, dove l’endurance non è solo sportiva ma quotidiana, soprattutto per le comunità che abitano queste altitudini e che il libro racconta con uno sguardo curioso e mai coloniale.

"Photo Michael Dammer, Call of the Mountains, gestalten 2025" (Bolivia)
Le storie selezionate attraversano discipline diverse - sci, arrampicata, trail running, parapendio - ma condividono la stessa tensione verso il limite e la stessa voglia di scoperta: c’è chi impara lezioni dure tra ghiaccio e vento nel Nord del Canada, chi scivola giù per pendii mai tracciati in Alaska, chi esplora le strade perdute delle Ande per ritrovare il senso stesso dell’andare in montagna, e chi vola sopra le valli del Pakistan inseguendo una libertà fragile e potentissima. “Call of the Mountains” è anche un libro che parla di gioia, di bellezza e di speranza, senza nascondere la fatica e il rischio, e lo fa con un’estetica curata, mai patinata, capace di restituire la ruvidità dei luoghi e la vulnerabilità di chi li attraversa.
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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 19 febbraio 2026


































