Considerazioni su un ibrido creativo che fonde immagini, musica e partecipazione attiva
Il dibattito sul videogioco come forma d’arte è nato alla fine degli anni ‘80 e continua oggi tra studiosi, sviluppatori, critici culturali e istituzioni, soprattutto perché il medium è in continua evoluzione: cresce la sua complessità narrativa, aumenta il riconoscimento museale e si espande il pubblico che lo considera più di un semplice intrattenimento. Il videogioco è uno strano ibrido: integra grafica, musica, animazione, scrittura e design interattivo. È un medium spesso paragonato al cinema nella sua capacità di combinare arti preesistenti in un’unica esperienza.
Chi definisce il videogioco arte è sostenuto da alcuni dati di fatto. Il videogioco produce esperienze emotive e significative: titoli come Journey o That Dragon, Cancer mostrano che un gioco può parlare di perdita, solitudine, crescita, offrendo al giocatore non solo intrattenimento, ma anche riflessione. L’arte non è solo rappresentazione, ma anche invenzione e interpretazione. Okami reinterpreta l’arte giapponese sumi-e, Gris sembra un acquerello in movimento, Shadow of the Colossus comunica tramite spazi e silenzi. Ma l’arte del videogioco non sta solo nel “mostrare”, ma nel far fare. La scelta, il fallimento, l’azione del giocatore sono parte dell’opera. È un linguaggio impossibile da replicare in altri media.
Infine va sottolineato che musei come il MoMA di New York o il V&A di Londra hanno esposto videogiochi nelle loro collezioni permanenti, riconoscendone il valore culturale e progettuale.

Shadow of the Colossus
I detrattori del videogioco quale forma d’arte invece fondano la loro teoria sugli obiettivi dell’industria videoludica, primariamente commerciale. Gran parte dell’industria mira al profitto, produce sequel e franchise orientati al mercato più che alla ricerca espressiva.
Alcuni ritengono che l’arte debba essere svincolata da obiettivi pratici, mentre il videogioco resta (anche quando complesso) un gioco, quindi regolato da obiettivi, punteggi e sistemi. Un aspetto più interessante e profondo è la presenza del giocatore che altera l’opera; l’interattività rende impossibile una forma artistica “pura” e “chiusa”, di conseguenza l’autore dell’opera ne perde il controllo e l’esperienza che viene scatenata non è univoca. L’interazione e la dimensione giocosa sono correlati a competizione, violenza e ricompense rapide, elementi considerati da alcuni incompatibili con una dimensione artistica tradizionale.
In sintesi, il videogioco vive in una terra di mezzo: è già arte per chi ne riconosce la capacità espressiva, non lo è (ancora) per chi si basa su criteri storici e istituzionali più rigidi. C’è chi, come C. Chi Nguyen che ha spostato il focus sul “giocare” e nel suo saggio “Giocare è un’arte” parla del gioco (qualsiasi esso sia) come un balsamo esistenziale, un rifugio dalla complessità della vita. E allora non ci resta che giocare.
Di seguito cinque videogiochi che accendono il dibattito sulla natura artistica del medium grazie alla loro grande qualità visiva, narrativa o di intenti.

Journey

That Dragon, Cancer

Inside

What Remains of Edith Finch

Blue Prince
Tag: videogiochi Arte lifestyle
© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 26 febbraio 2026


































