Un’opera interattiva che trasforma lo spazio in un universo multisensoriale, dove luce, suono e intelligenza artificiale dialogano con i visitatori coinvolgendoli attivamente
L’installazione Y.O.U. Your Own Universe nasce nell’ambito del progetto glo for art e trasforma il visitatore in parte attiva dell’opera. Qual è il concept alla base del progetto e in che modo il dialogo con glo Hilo e con i suoi valori di innovazione, condivisione e partecipazione ha influenzato la vostra visione artistica?
Y.O.U. Your Own Universe è concepita come una soglia, uno spazio di sospensione in cui il tempo della quotidianità si interrompe e il visitatore può accedere a una dimensione altra, più intima e riflessiva. Non si tratta di un “luogo magico” in senso evasivo, ma di un dispositivo che invita a una presa di coscienza: del proprio stare al mondo, del proprio modo di percepire e di entrare in relazione con gli altri.
Il dialogo con glo è stato naturale, perché i valori di innovazione, condivisione e partecipazione sono già al centro della ricerca di Numero Cromatico. Tuttavia, in questo progetto si sono resi ancora più espliciti: l’innovazione non è solo tecnologica ma percettiva; la condivisione non è solo sociale ma esperienziale; la partecipazione non è semplicemente interazione, ma coinvolgimento attivo nella costruzione di senso.
L’opera, quindi, non chiede al pubblico di “fare qualcosa”, ma di mettersi in discussione, di aprirsi a una possibilità di connessione – con sé stessi e con gli altri presenti nello spazio. È in questo scarto, minimo ma radicale, che si attiva la relazione con l’opera.
Nel chiostro di Palazzo Moscova il pubblico si muove tra stimoli visivi, suoni, immagini odori e una dimensione olfattiva progettata ad hoc. Come avete costruito questo paesaggio multisensoriale e quale ruolo ha la percezione del corpo nello spazio all’interno dell’esperienza?
Da anni lavoriamo alla costruzione di ambienti multisensoriali, intesi come sistemi complessi in cui ogni elemento contribuisce a orientare la percezione. Non esiste una gerarchia tra i sensi: visione, suono, tatto, olfatto e azione del pubblico partecipano in modo integrato alla costruzione dell’esperienza.
In Y.O.U. abbiamo utilizzato tecnologie avanzate, ma il nostro approccio resta lo stesso anche quando lavoriamo con materiali tradizionali o naturali. La tecnologia, per noi, è sempre uno strumento e mai un fine: ciò che conta è la qualità della ricerca alla base dell’opera e la relazione che riusciamo ad attivare tra corpo, spazio e opera.
Il corpo è centrale. Non come semplice presenza fisica, ma come luogo di percezione, memoria e trasformazione. Allo stesso modo, lo spazio non è un contenitore neutro: è un elemento attivo, che condiziona e orienta i comportamenti. Ogni scelta – dalla luce ai materiali, dal suono alla disposizione degli elementi, dai testi fino alla dimensione olfattiva – è pensata per predisporre il visitatore all’ascolto, all’introspezione e all’apertura all’altro.
Le nostre opere vogliono rendere visibile il presente nella sua complessità: un presente che contiene tracce del passato e possibilità future. Se il pubblico percepisce questa tensione, se qualcosa si attiva a livello emotivo o cognitivo, allora l’opera ha raggiunto il suo obiettivo.

Y.O.U. Your Own Universe ©glo
Un elemento centrale dell’installazione sono le vostre intelligenze artificiali che generano testi poetici. Come si inserisce questo sistema nella vostra ricerca sul linguaggio e quale dialogo si crea tra creatività umana e intelligenza artificiale?
La nostra ricerca sul linguaggio si concentra da sempre sulla produzione di testi aperti, ambigui, capaci di generare molteplici interpretazioni. L’intelligenza artificiale si è rivelata uno strumento particolarmente efficace per portare avanti questa indagine.
Gli algoritmi che utilizziamo sono stati addestrati attraverso processi di fine tuning su corpus selezionati della storia della letteratura. Questo ci ha permesso di orientare sistemi generalisti verso la produzione di forme specifiche – epitaffi, poesie d’amore, riflessioni sul futuro – mantenendo però un margine di imprevedibilità.
L’interesse non risiede nell’autorialità della macchina, né nella sostituzione dell’umano, ma nella possibilità di costruire un sistema generativo che risponda a parametri precisi – come la lunghezza, il grado di ambiguità o la struttura semantica – senza essere legato a un’intenzione espressiva individuale.
Quando abbiamo iniziato a integrare l’IA nel 2018, lo abbiamo fatto proprio in questa direzione: utilizzare un dispositivo capace di produrre testi in modo stocastico, aprendo a combinazioni inattese. Un dialogo tra umano e artificiale in cui l’umano definisce le condizioni e l’IA espande il campo delle possibilità tecniche.
All’interno dell’opera il gesto del visitatore – dal movimento nello spazio alla scelta di una parola – contribuisce a trasformare l’installazione in tempo reale. Quanto è importante per voi l’idea di un’arte che si costruisce collettivamente e che evolve attraverso l’interazione del pubblico?
Non pensiamo all’opera come qualcosa che si costruisce collettivamente nel senso di una co-autorialità diretta. L’opera esiste già come struttura, come dispositivo progettato. Tuttavia, al suo interno, lasciamo al pubblico la possibilità di attivarla, attraversarla, interpretarla e trasformarla nel proprio vissuto.
L’interazione non è un fine, ma una condizione che permette all’opera di esprimersi pienamente. Ci interessa che il pubblico possa riconoscere nell’opera uno spazio di possibilità: un luogo in cui mettere in discussione le proprie memorie, le proprie convinzioni, il proprio modo di vedere il mondo.
In questo senso, lavoriamo sempre nella direzione dell’apertura. Non vogliamo proporre un messaggio univoco, ma un sistema capace di generare domande. L’esperienza è individuale, ma avviene in presenza degli altri, e questo introduce una dimensione relazionale che è parte integrante dei nostri progetti.
Il Fuorisalone 2026 ruota attorno al tema “Essere Progetto”. In che modo la vostra installazione interpreta questo concetto e cosa significa oggi, secondo voi, progettare esperienze artistiche che mettono in relazione persone, spazio e nuove forme di intelligenza?
“Essere Progetto” significa, per noi, abitare una condizione dinamica, in continua trasformazione. Non si tratta di progettare oggetti o forme chiuse, ma di costruire sistemi relazionali in cui elementi diversi – persone, spazi, tecnologie – coesistono e si influenzano reciprocamente.
Oggi questo scenario include nuove forme di intelligenza: non solo quella umana, ma anche quella artificiale, naturale, distribuita. L’intelligenza artificiale, in questo contesto, non è né uno strumento neutro né un fine da raggiungere, ma una forma di alterità. Una presenza che ci costringe a riconsiderare le nostre categorie di pensiero.
Progettare significa allora creare le condizioni per un incontro: tra umano e non umano, tra individuale e collettivo, tra controllo e imprevedibilità, tra natura e tecnologia. È una forma di ascolto e di apertura, più che di definizione. In questo senso, l’opera diventa uno spazio in cui queste relazioni possono emergere, essere percepite e, forse, ripensate.

Numero Cromatico ©glo
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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 09 aprile 2026






































