Protagonisti, materiali, craft e nuove tecnologie in oltre 300 appuntamenti dal 12 al 20 settembre
Una piastrella che non viene cotta, ma “coltivata” grazie ai batteri. Scarti tessili trasformati in pannelli acustici. Residui della canna da zucchero che diventano materiale da costruzione. A Londra, dove il London Design Festival torna dal 12 al 20 settembre, alcuni dei progetti più interessanti sembrano partire proprio dalla materia. Oltre 300 appuntamenti e undici Design District compongono un programma che attraversa ricerca, circularity, craft e nuove tecnologie. Uno degli epicentri è Shoreditch, dove lo storico Design Triangle cambia scala e diventa Shoreditch Design Week, il più grande distretto ufficiale del Festival. Dal 15 al 20 settembre riunisce oltre cento tra showroom, mostre, installazioni ed eventi, con una costellazione di progettisti che comprende Jasper Morrison, Bethan Laura Wood, Martino Gamper, Raw Edges, Lee Broom, Donna Wilson e Rio Kobayashi. Qui si trasferisce anche Material Matters, alla quinta edizione londinese, dal 15 al 17 settembre negli spazi industriali di UNLOCKED Shoreditch.

A sinistra: Setyawan. Work credit The Peninsula / A destra: Craft Tech Tokai Project, © Ed Reeve
Tra i progetti, FRONT® e Biomason presentano Mimmik Tile™, una piastrella che cresce con l’aiuto dei batteri invece di essere cotta in forno; The Or Foundation trasforma abiti post-consumo in prodotti acustici, mentre Carbon Cell lavora a un’alternativa compostabile alle schiume plastiche a base di biochar. Neve Beill Ceramics, con Thames Matter, utilizza materia proveniente dal Tamigi insieme a vetro e minerali recuperati, mentre Zieta Studio continua la propria sperimentazione sulla deformazione del metallo attraverso l’aria con Whispers Bench. Spared, con Second Song, porta il ragionamento sulla circolarità un passo oltre: lo studio di Brighton fondato da Callie Tedder-Hares ed Emma Lally trasforma in collectible design gli scarti prodotti dalla propria attività, dai fondi di caffè ai gusci, dalla plastica ai sottoprodotti del legno. I residui diventano così anche una traccia dei progetti e degli esperimenti che li hanno generati. Nell’EC1 Design District, Sugarcrete® presenta invece da VitrA New Ways of Thinking About Land, Time and Buildings. Sviluppato dal Sustainability Research Institute della University of East London insieme ad AKT II e ad altri partner, è un materiale da costruzione low-carbon ottenuto dai sottoprodotti della canna da zucchero e proposto come alternativa ai materiali convenzionali.

Craft Tech Tokai Project, © Ed Reeve
Ma la ricerca sui materiali è solo una delle traiettorie del Festival. Al V&A – Victoria and Albert Museum, dal 12 al 14 settembre torna il Global Design Forum, quest’anno curato da Rhiarna Dhaliwal e dedicato al tema Worlds in Motion. Tra gli ospiti, Es Devlin, Lakwena Maciver e Natalie Melton. Sempre al V&A, Craft x Tech Tokai Project mette in coppia designer e artisti internazionali con artigiani di sei aree della regione giapponese del Tokai per creare nuove opere a partire da tecniche tradizionali, dalla ceramica alla lacca, dal metallo alla lavorazione del legno, fino alla carta washi e al tessile. Fondato dal designer e ingegnere Hideki Yoshimoto e curato da Maria Cristina Didero, il progetto arriva quest’anno alla sua seconda edizione. Tra le collaborazioni, Bethan Laura Wood lavora con Hiroyuki Murase di Suzusan, Philippe Malouin con Shigeyuki Ando di Ando Cloisonne e Lanzavecchia + Wai con Takanori Senda della Warabi Paper Company, mettendo a confronto tecniche artigianali sedimentate nel tempo e linguaggi contemporanei. Sempre al V&A, Awakenings, curato da Carrie Chan e Kristian Volsing, mette in relazione design, craft e tecnologia, includendo anche una riflessione sul potenziale creativo e distruttivo dell’intelligenza artificiale, con lavori di Henry Svendsen, Sam Ghantous, Andre Williams, Nina Davies e Albert Yonathan Setyawan e nuove commissioni di Aziza Kadyri, Eunjo Lee e Playfool.

Soul e The Point of Unity © Mark Cocksedge
Tra i Landmark Projects, The Pangolin Shield di Studio Saar e Atelier One occupa Strand Aldwych con una struttura in bambù sulla quale vengono sovrapposti tradizionali scudi della polizia indiana e knups, protezioni intrecciate utilizzate dagli agricoltori dell’India nord-orientale. Ricomposti in un riparo collettivo, diventano il punto di partenza per parlare di eredità coloniali, potere, sfruttamento ecologico e movimento attraverso i confini. A St Paul’s Cathedral, il lighting designer e artista ucraino Mykola Kabluka porta invece Soul e The Point of Unity: la prima è un’installazione partecipativa di luce e proiezione sulla facciata occidentale della cattedrale, alimentata anche dai contributi digitali dei visitatori; la seconda, presentata per la prima volta nel Regno Unito dopo il debutto a Burning Man, è una scultura immersiva che dopo il tramonto si trasforma attraverso fibre ottiche, laser e suono. Infine, alla Wapping Hydraulic Power Station, edificio industriale del 1890 che torna accessibile al pubblico dopo tredici anni, L-Acoustics presenta The Art of Sound, con Feeling Is Structure di Max Cooper e Trent Falls di Chris Watson, portando il suono dentro il progetto come materia dello spazio. Quella che emerge dal London Design Festival è un’idea di design sempre più attenta all’origine dei materiali, ai processi con cui vengono trasformati e alla possibilità di recuperare tecniche, risorse e scarti per immaginare nuovi modi di progettare e produrre.
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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 14 settembre 2026





































