Fondazione Culturale Officine Saffi ETS
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28 artisti provenienti da 41 Paesi interpretano la ceramica come materia capace di conservare gesti, memorie e identità, mettendo in discussione i confini tra arte, artigianato e design.
La ceramica è uno dei materiali che più rapidamente ha cambiato posizione all’interno della cultura del progetto, passando negli ultimi anni dalla dimensione dell’oggetto e della tradizione artigianale a quella della scultura, dell’installazione e del design da collezione. La sesta edizione di Officine Saffi Award, con la mostra Forms of Belonging aperta a Milano fino al 13 novembre, osserva questa trasformazione attraverso 28 artisti selezionati tra oltre mille candidature provenienti da 41 Paesi e cinque continenti.
Il tema scelto per questa edizione è l’appartenenza, una parola che nella ceramica assume un significato particolarmente concreto perché la materia porta con sé una relazione diretta con il luogo, con le tecniche, con le persone e con il tempo necessario per trasformarla. Le opere in mostra attraversano geografie e pratiche molto diverse, alternando oggetti funzionali, sculture, installazioni e lavori nei quali la dimensione narrativa prevale sulla funzione.
Non c’è quindi un’unica idea di ceramica contemporanea, ma una costellazione di approcci che rende evidente quanto l’argilla sia diventata un terreno comune tra discipline che fino a poco tempo fa venivano considerate separate. Il premio principale, assegnato ad Andile Dyalvane per iThwasa (The One Who is Blossoming), porta dentro questa riflessione una dimensione legata alla cultura sudafricana e alla memoria. La sua ricerca utilizza la ceramica per lavorare sulla relazione tra materia, identità e spiritualità, trasformando l’oggetto in qualcosa che conserva tracce di un’esperienza collettiva. È un approccio che permette di leggere il tema dell’appartenenza non come una dichiarazione geografica, ma come una relazione costruita attraverso gesti e conoscenze che passano da una generazione all’altra.
La stessa tensione attraversa molti dei lavori selezionati, nei quali tecniche tradizionali convivono con processi sperimentali e la superficie diventa il luogo in cui registrare il passaggio della mano, la deformazione della materia o l’effetto della cottura. In questo rapporto tra controllo e imprevedibilità si trova una delle ragioni per cui la ceramica continua a interessare artisti e designer: è un materiale che permette di progettare, ma che durante il processo conserva sempre una parte di autonomia. La forma può essere pensata con precisione, ma il fuoco, il peso, l’acqua e la reazione degli smalti introducono variabili che appartengono al processo stesso. La materia non è quindi soltanto il supporto dell’idea, ma parte della sua costruzione.
Anche per questo Forms of Belonging mette sullo stesso piano pratiche che appartengono all’arte contemporanea, all’alto artigianato e al collectible design, tre ambiti che condividono oggi molti dei loro protagonisti e dei loro strumenti. Il confine tra un’opera unica, un oggetto funzionale e un pezzo da collezione diventa meno netto quando ciò che conta è il processo attraverso cui l’oggetto prende forma e la storia che riesce a trasmettere. La collaborazione con Tacchini aggiunge un ulteriore livello a questa riflessione. Il nuovo Premio Tacchini è stato assegnato a Bisila Noha, artista e ricercatrice di origine spagnola e guineana, che presenta fino al 13 novembre una selezione del proprio lavoro negli spazi di Casa Tacchini a Brera.
A Tactile Story porta la ceramica fuori dal contesto della Fondazione e la mette in relazione con una casa, con gli arredi e con la dimensione quotidiana dell’abitare. È una scelta che modifica il modo di guardare le opere perché le sottrae alla neutralità dello spazio espositivo e le riporta dentro un ambiente nel quale materiali, oggetti e corpo convivono. La ricerca di Noha parte proprio dalla relazione tra materia, esperienza umana e design, e trova nella casa un contesto coerente per interrogarsi su ciò che gli oggetti possono conservare e trasmettere. La presenza di questo secondo progetto è significativa anche per un altro motivo: l’appartenenza non viene raccontata soltanto attraverso la provenienza degli artisti o le culture rappresentate, ma attraverso i luoghi nei quali le opere entrano in relazione con altre forme di vita materiale.
La casa, lo studio, il laboratorio e la città diventano così parti dello stesso sistema. È una prospettiva che riflette anche il modo in cui la ceramica contemporanea si è sviluppata negli ultimi anni, aprendosi a collaborazioni con designer, architetti, gallerie e aziende e trovando nuovi spazi al di fuori delle tradizionali istituzioni dedicate all’artigianato. Officine Saffi ha costruito intorno al premio una rete internazionale di istituzioni che offre ai finalisti occasioni di residenza e ricerca in diversi Paesi, dalla Svizzera alla Danimarca, dal Portogallo alla Cina, fino all’Italia. Il premio non si esaurisce quindi nella mostra milanese, ma continua attraverso la possibilità di spostare gli artisti e le loro pratiche in contesti differenti. Anche questo elemento rende il tema dell’appartenenza meno statico: appartenere non significa necessariamente rimanere legati a un solo luogo, ma può significare portare con sé una tecnica, una memoria o un modo di lavorare e metterlo in relazione con altri contesti.
La ceramica diventa in questo senso una materia particolarmente adatta a raccontare il presente, perché conserva una relazione fisica con la terra e con il gesto ma può assumere forme radicalmente contemporanee. Nelle opere di Forms of Belonging questa doppia natura emerge senza bisogno di essere dichiarata: alcune superfici mostrano il lavoro della mano, altre sembrano costruite attraverso processi quasi industriali, altre ancora utilizzano la ceramica come elemento di un ambiente più ampio. Ciò che le accomuna è la capacità della materia di registrare qualcosa, che sia un gesto, una tecnica, una memoria personale o una relazione con un luogo. È forse questa la ragione per cui la ceramica continua a trovare nuovi spazi nel design contemporaneo: non perché rappresenti un ritorno alla tradizione, ma perché permette di mettere in relazione il passato con una cultura del progetto sempre più interessata ai processi, alla provenienza dei materiali e alle storie che gli oggetti possono contenere.
Forms of Belonging mostra così una disciplina che non cerca più di definire i propri confini, ma di usarli come punto di partenza per costruire nuove relazioni tra materia, persone e luoghi.





































