Per SONDA, Massimo Bartolini trasforma le frequenze radio notturne e un testo di Rilke in Ur-Geräusch, un'installazione che esiste solo nella sua dimensione sonora
C’è un momento in cui un’opera smette di essere qualcosa da guardare e comincia a essere qualcosa dentro cui entrare. È da questa soglia che prende forma Ur-Geräusch, l’installazione sonora realizzata da Massimo Bartolini per SONDA, il programma di sperimentazioni artistiche e sonore di Voce Triennale.
Presentata negli spazi del piano meno uno della Triennale di Milano, l’opera nasce da un breve testo di Rainer Maria Rilke dedicato a un’immagine tanto semplice quanto visionaria: il poeta immagina di poter leggere il suono a partire dal segno lasciato dalla puntina di un fonografo, mettendo in relazione quella linea incisa con la forma del cranio umano. Da questa intuizione Bartolini costruisce un lavoro che sposta l’attenzione dalla rappresentazione all’ascolto, utilizzando registrazioni delle frequenze radio AM raccolte durante le ore notturne. Il materiale sonoro non viene presentato come una colonna sonora che accompagna un’installazione, ma diventa l’installazione stessa, una presenza che occupa lo spazio senza avere una forma visibile. È un passaggio particolarmente interessante per la Triennale, dove il rapporto tra progetto, arte, architettura e cultura del contemporaneo permette di leggere il lavoro anche come una riflessione sullo spazio. Le frequenze radio, registrate quando la città e le sue comunicazioni entrano in una condizione diversa da quella diurna, costruiscono una materia instabile e quasi astratta, fatta di segnali, interferenze, silenzi e presenze che non possono essere completamente controllate dall’ascoltatore. Il riferimento a Rilke aggiunge un secondo livello, perché il testo nasce da una domanda sulla possibilità di trasformare una traccia in un’esperienza sonora, come se fosse possibile leggere la materia per ciò che contiene oltre la sua superficie. Bartolini porta questa intuizione nel presente e la trasforma in un ambiente che deve essere percorso.
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Il visitatore non si trova davanti a un’immagine da interpretare, ma dentro una situazione nella quale il proprio ascolto diventa parte dell’opera. La performance di Stefano Pilia e Marco Cesare Consumi, chitarra ed elettronica, ha aperto il progetto il 18 settembre, mentre l’installazione è rimasta attiva nei due giorni successivi, seguendo una struttura temporale che separa il momento performativo da quello più immersivo dell’ascolto. Anche questa articolazione contribuisce a modificare il rapporto tradizionale con l’opera: non c’è un oggetto permanente da osservare, ma una condizione che accade nel tempo e che cambia in funzione della presenza di chi la attraversa. Il lavoro di Bartolini si inserisce così in una ricerca più ampia sul rapporto tra suono, corpo e spazio, ma lo fa attraverso materiali estremamente concreti, come una voce, una frequenza radio, una registrazione e un ambiente. Proprio per questo l’opera suggerisce una riflessione che riguarda anche il design degli spazi contemporanei. Se l’architettura lavora tradizionalmente con forme, proporzioni, materiali, luce e movimento, il suono può essere considerato un ulteriore elemento attraverso cui costruire un ambiente. Non come semplice effetto aggiunto, ma come una materia capace di definire distanze, atmosfere e percezioni. Ur-Geräusch porta questa possibilità all’estremo, perché rende percepibile qualcosa che normalmente rimane invisibile. Le onde radio sono presenti nello spazio ma non possono essere viste; il suono occupa un ambiente senza avere un volume; la traccia immaginata da Rilke appartiene contemporaneamente alla materia e all’immaginazione.
È proprio questa sovrapposizione a rendere il lavoro interessante anche al di fuori della dimensione strettamente artistica: Bartolini costruisce uno spazio attraverso qualcosa che normalmente consideriamo immateriale.
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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 24 settembre 2026





































