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Essere progetto: intervista con Elisa Ossino

— 09 febbraio 2026
© Elisa Ossino

Tra rigore e poesia, Elisa Ossino porta avanti una ricerca che unisce spazio, luce e materia in un equilibrio sospeso tra astrazione e memoria

Architetta e interior designer siciliana, da anni vive e lavora a Milano, dove ha anche studiato (al Politecnico) e ha sviluppato un linguaggio riconoscibile per essenzialità e sensibilità compositiva. Nel 2006 ha fondato Elisa Ossino Studio dando vita a progetti - tra residenze, installazioni e collaborazioni con brand come Amini, V-Zug, Molteni, Salvatori, De Padova - dove il vuoto diventa linguaggio, la luce una materia da scolpire, l’abitare un gesto che intreccia arte, riferimenti metafisici e surrealisti, architettura e pensiero. L’abbiamo incontrata per parlare del suo approccio e del tema del prossimo Fuorisalone, Essere Progetto: un invito a riflettere sul senso del fare design oggi, tra responsabilità, immaginazione e misura.

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ElisaOssino_Scrigno_Mappamundi_Montebello

Il tuo lavoro unisce misura e leggerezza, rigore e poesia. Da dove nasce questo equilibrio? Qual è la tua cifra stilistica?
Direi che ciò che rende riconoscibile il mio lavoro è un senso di sospensione, che nasce da una ricerca di astrazione dello spazio. Integro gli elementi funzionali nell’architettura fino quasi a annullarli: questo processo mi consente di portare le forme alla loro essenza e costruire una struttura spaziale fondata su ritmo, proporzioni e chiarezza. All’interno di questa matrice essenziale introduco calore attraverso la luce, i materiali e la presenza calibrata di oggetti che attivano una risonanza più intima. Non progetto con l’idea di creare spazi eterei, ma di costruire atmosfere in cui luce, materia e proporzioni producono un equilibrio sottile, in cui la percezione si fa più acuta e il gesto abitativo più consapevole. Lavoro sempre nella soglia tra geometria e sensibilità, uno spazio intermedio in cui la forma permane ma non rinuncia a una vibrazione più umana. È lì che emerge la poesia.

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ElisaOssinoStudio_V-Zug Studio Milano_©Giorgio Possenti

Hai spesso parlato di un approccio “umanistico” al progetto: cosa significa? Qual è la fase che consideri fondamentale nel tuo processo creativo?
Per me parlare di un approccio “umanistico” significa riportare il progetto alla sua dimensione originaria: un atto che nasce dal pensiero e che mette al centro l’esperienza umana, la sua sensibilità e la sua memoria. La fase fondamentale del mio processo creativo è quella concettuale, il momento in cui definisco il racconto che desidero attivare, le immagini che voglio evocare, il senso più profondo che lo spazio dovrà restituire. È in questa fase preliminare, ancora libera da vincoli tecnici, che si delineano le atmosfere, e le intenzioni che guidano tutto il resto. La progettazione in senso più operativo arriva dopo e si configura come una traduzione spaziale di quei contenuti: un passaggio dall’idea alla forma, dalla visione all’esperienza. In questo modo il progetto rimane fedele al suo nucleo originario e può assumere una densità che non è solo fisica, ma anche mentale ed emotiva.

La tua ricerca include anche l’arte, la curatela, la scenografia. C’è un filo che unisce queste dimensioni?
Assolutamente sì: arte, curatela e scenografia sono per me estensioni naturali dello stesso pensiero progettuale. Sono linguaggi che condividono una radice comune: il desiderio di generare un’esperienza, di attivare uno spazio mentale oltre che fisico. Lavorare in questi ambiti significa misurarsi con la capacità delle forme e delle immagini di orientare la percezione, di costruire narrazioni per aprire varchi immaginativi. Che si tratti di un allestimento museale, di un intervento artistico o di un interno, cerco sempre di creare una condizione di attenzione, una sospensione che permetta allo sguardo di sostare e al pensiero di espandersi. Il filo che unisce tutto è la tensione verso un linguaggio essenziale ma carico di risonanze, in cui ogni elemento non è solo funzionale, ma diventa un dispositivo di senso. È la stessa ricerca, declinata in territori diversi: costruire luoghi che non si limitino a essere attraversati, ma che offrano una profondità esperienziale e una dimensione contemplativa.

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ElisaOssinoStudio_Balenciaga_©JuanCarlosVega

Il tema del Fuorisalone 2026 è Essere Progetto, un invito a riscoprire il design come processo, non solo come forma. Che significato ha per te?
Il tema Essere Progetto mi sembra profondamente coerente con il mio modo di intendere il design. Significa riportare l’attenzione sul processo, sul pensiero che precede e orienta la forma, su tutto ciò che accade prima che un progetto si materializzi. Per me “essere progetto” è innanzitutto un atto di consapevolezza: capire quale narrazione ed  esperienza vogliamo generare e ricercare immagini ed  atmosfere per raccontarla. La forma è solo l’esito visibile di un percorso più ampio, fatto di intuizioni, sottrazioni e immagini interiori da evocare. Riconoscere il progetto come processo significa anche accettarne la natura aperta: un campo dinamico in cui si intrecciano immaginazione, responsabilità, misura. È un invito a pensare il design non come oggetto, ma come gesto culturale e come spazio di relazione. In questo senso, il tema del Fuorisalone rispecchia pienamente il mio approccio, in cui ogni scelta formale nasce da un’intenzione più profonda e da una visione che si costruisce nel tempo.

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Amini_ by Elisa Ossino_©Valentina Sommariva

Nel tuo lavoro sembra esserci un costante equilibrio tra pensiero e istinto. Quanto spazio lasci all’imprevisto, all’errore? C’è mai stato un prototipo sbagliato, un errore che ti ha portata a ripartire etc? 
Lascio ampio spazio all’intuizione, che guida la fase concettuale del progetto. L’errore invece ha uno spazio limitato: la realizzazione di un prototipo è delicata e richiede attenzione per evitare sprechi e costi inutili. Controllo con cura ogni dettaglio prima di avviare la costruzione del prototipo, spesso attraverso piccoli modelli preliminari che ne anticipano e verificano le proporzioni, se emerge un errore, diventa un’occasione per ripensare e rafforzare l’idea originaria, mantenendo intatto il senso poetico e l’equilibrio del progetto.

C’è un progetto recente che consideri emblematico del tuo percorso o che rappresenta una nuova direzione della tua ricerca?
In questo periodo mi interessa molto esplorare spazi multisensoriali, un ambito su cui sto lavorando da alcuni anni. In diversi progetti ho introdotto la presenza di attori e performance, con l’obiettivo di amplificare l’aspetto umanistico a me tanto caro e di comunicare riflessioni o messaggi simbolici. Così lo spazio diventa un’esperienza più profonda e partecipativa, capace di coinvolgere chi lo abita su più livelli: fisico, emotivo e cognitivo.

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ElisaOssino_Salvatori_Nereo 2025_©Matteo Imbriani

A cosa stai lavorando? Ti vedremo alla prossima Design Week? Ci puoi anticipare qualcosa?
In questo momento sto seguendo progetti molto diversi tra loro, uniti però da un’unica tensione: dare forma a spazi e oggetti capaci di raccontare e di evocare. Tra questi, un lavoro sui materiali e le lavorazioni in uno spazio che inaugureremo durante la Design Week, una curatela che celebra la storia di un’azienda di design, un’installazione per nuovi progetti e un appartamento che intreccia contemporaneità e memoria in un palazzo storico di Milano. Prosegue anche la mia ricerca sugli ambienti multisensoriali, che sperimenta nuove modalità di relazione tra persone e spazio, e parallelamente lavoro a progetti di product design dedicati all’abitare quotidiano.
Il bello del mio lavoro è vivere in molti luoghi e tempi contemporaneamente: ogni progetto sospeso vibra di possibilità ancora da scoprire.





Tag: Essere Progetto Interviste Design Fuorisalone 2026



© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 09 febbraio 2026

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