Volumnia, Stradone Farnese 33, Piacenza.
26 Marzo – 26 Maggio 2026.
Orari Dal martedì al sabato, 10:00-13:00 e 15:00-18:00.
Negli spazi dell’ex chiesa di Sant’Agostino a Piacenza una mostra a cura di Marco Sammicheli trasforma la luce in esperienza, costruendo un percorso tra spazio, tempo e percezione
Davide Groppi è spesso definito un maestro della luce, ma più che costruirla, il suo lavoro sembra svelarla. Da oltre quarant’anni sviluppa un linguaggio che riduce il progetto all’essenziale, lavorando per sottrazione fino a far scomparire l’oggetto e lasciare emergere l’effetto, la relazione, l’atmosfera. Il suo percorso, iniziato alla fine degli anni Ottanta a Piacenza, si è costruito in modo indipendente, lontano da mode e codificazioni, mantenendo una coerenza rara che attraversa prodotti, allestimenti e interventi architettonici. In questo senso, la luce diventa per Groppi non un mezzo tecnico ma una forma di pensiero, un dispositivo capace di costruire spazio e generare esperienza.
È proprio a Piacenza che questo percorso torna con Un’ora di luce, la mostra antologica a cura di Marco Sammicheli ospitata negli spazi di Volumnia, all’interno dell’ex chiesa di Sant’Agostino. Il legame tra il designer e il luogo non è solo geografico ma anche progettuale: Groppi aveva già lavorato sull’illuminazione dello spazio nel 2018, contribuendo a definirne l’identità attuale, sospesa tra memoria storica e uso contemporaneo. Volumnia non è solo una sede espositiva, ma un dispositivo culturale costruito sulla stratificazione.
Nata dal recupero della basilica rinascimentale, si configura come uno spazio in cui architettura, memoria e progetto convivono senza gerarchie, mettendo in relazione arredi storici, arte e design contemporaneo. La visione della fondatrice Enrica De Micheli trasforma un luogo originariamente sacro in un ambiente aperto alla sperimentazione, dove ogni intervento è chiamato a confrontarsi con una presenza storica forte, mai neutralizzata. In questo contesto, la luce di Groppi non si sovrappone allo spazio, ma lo attraversa, attivandone nuove letture e instaurando un dialogo continuo tra permanenza e trasformazione.
La mostra, più che una retrospettiva tradizionale, si presenta come un dispositivo esperienziale. Sammicheli costruisce insieme a Groppi un percorso che non segue una logica cronologica, ma si articola come una sequenza di ambienti e situazioni, pensati per attivare uno stato di attenzione e stupore nel visitatore. Il titolo stesso introduce una dimensione temporale: “un’ora” non è una misura oggettiva ma una condizione mentale, un tempo sospeso in cui la luce diventa materia narrativa. L’allestimento si sviluppa lungo la navata principale della chiesa attraverso volumi geometrici e metafisici che scandiscono lo spazio, creando un sistema di soglie, attraversamenti e pause. L’ingresso è segnato dalla lampada MOON, che definisce un passaggio tra interno ed esterno, introducendo a una sequenza di architetture bianche in cui le lampade appaiono come presenze autonome, quasi fiaccole sospese. In questo contesto, la luce non illumina semplicemente gli oggetti, ma costruisce relazioni, evidenzia tensioni, attiva percezioni.

All’interno del percorso emergono, in forma più o meno esplicita, alcuni dei progetti che hanno segnato la ricerca di Groppi, diventando nel tempo archetipi del suo linguaggio. Lampade come Sampei, nata dall’intuizione di una canna da pesca trasformata in gesto luminoso, o Nulla, ridotta a un semplice foro da cui la luce si manifesta senza corpo, definiscono un approccio che lavora per sottrazione e spostamento di senso. Moon, con la sua superficie in carta giapponese, traduce un’immagine universale in presenza domestica, mentre Anima costruisce una figura sottile e immateriale, sospesa tra segno e luce. In questi progetti, così come nelle nuove proposte presentate in mostra, l’oggetto perde centralità per lasciare spazio all’esperienza percettiva, confermando una ricerca che attraversa tutta la sua produzione.
Il percorso si apre con cinque “utopie di luce”, pezzi unici collocati tra possibile e impossibile, tra natura e artificio, e prosegue attraverso una sequenza di muri abitati dove la luce si manifesta in forme inattese, talvolta negando funzione e razionalità per assumere una dimensione poetica. Lungo il tragitto, i progetti dialogano con la storia dello spazio e con gli oggetti presenti in Volumnia, creando una stratificazione tra passato e presente in cui la luce agisce come elemento di connessione. All’interno della mostra trovano spazio anche nuovi lavori, come la lampada UMASI presentata in anteprima, e VERA, una limited edition sviluppata per Volumnia, in cui la lampadina si manifesta come ologramma, trasformando un elemento tecnico in illusione percettiva.
Questi interventi confermano una ricerca che non si concentra sull’oggetto in sé, ma sulla capacità della luce di generare sorpresa, ambiguità e relazione. In questo quadro, Un’ora di luce restituisce la coerenza di un percorso in cui il progetto non coincide con la forma finale, ma con un processo continuo di ridefinizione tra spazio, percezione e significato. La luce, privata della sua dimensione funzionale, diventa un linguaggio attraverso cui interrogare il rapporto tra visibile e invisibile, tra presenza e assenza.
È in questa tensione che il lavoro di Davide Groppi si colloca oggi come una delle interpretazioni più radicali del progetto contemporaneo, capace di tradurre in esperienza l’idea di un design inteso non come oggetto, ma come condizione.

“Un’ora di luce” introduce una dimensione temporale più che spaziale. Per te il progetto è qualcosa che si costruisce nello spazio o nel tempo?
D.G. Premetto che pur cercando costantemente un metodo, progettare non è una scienza esatta. Personalmente non riesco a non pensare al progetto come a qualcosa che succede nel tempo. Ciò che viviamo alla fine è un risultato spaziale, ma il processo ha a che fare con il tempo. C’è un tempo per progettare, creare, sbagliare, tornare indietro, ripartire e poi arrivare ad una condizione in cui pensi di avere valutato tutte le possibilità. E c’è uno spazio-tempo, tra l’idea e la realizzazione, che è molto affascinante.
Nel tuo lavoro il progetto tende a scomparire come oggetto per diventare esperienza di luce. In questo senso, il progetto non è più qualcosa che si vede, ma qualcosa che accade: è questa per te il tuo modo di “Essere Progetto”?
D.G. Immagino la mia luce come qualcosa che seduce e avvicina la persone.Per me le lampade sono attrattori di attenzione, indicatori di significati e, alla fine, strumenti di visione.
Il tema “Essere Progetto” insiste molto sul processo, sull’errore, sulla trasformazione. Nel tuo percorso, che è estremamente coerente, dove entra l’errore? Esiste ancora spazio per l’imprevisto nella tua ricerca?
D.G. Moltissimo. Preferisco il campo del design in cui non si sa bene quel che si fa.
Pur partendo da un’intuizione mi lascio condurre dalla sperimentazione, dalla possibilità di provare e quindi di inciampare in qualcosa di imprevisto. A quel punto l’esperienza e il mestiere fanno il loro lavoro razionale.
La tua luce non illumina solo gli spazi, ma li ridefinisce. Possiamo dire che nel tuo lavoro il progetto non costruisce oggetti, ma relazioni? E in tal caso, tra chi e cosa?
D.G. Vedo la luce come qualcosa di quasi indicibile, non ci sono le parole per definirla con precisione. La luce per me è sicuramente visione, ma anche significato. Le lampade sono oggetti da compagnia, presenze consolatorie, strumenti di connessione, comparse del teatro che sono i nostri spazi abitati. Tra energia e forma, tra funzione e immaginazione, tra ciò che illumina e ciò che viene illuminato, le lampade sono creature domestiche, vivono nella loro presenza silenziosa, raccontano storie di design, progetto e quotidianità.
Dopo molti anni di lavoro sulla luce, cosa ti sorprende ancora? E dove pensi che possa portarti, oggi, questa ricerca?
D.G. Mi sorprende, ogni volta, lo stupore che alcuni progetti luminosi genera nelle persone. Mi sorprende la possibilità di rappresentare la mia anima attraverso le lampade e osservare come altre persone riescano a riconoscersi.






































