Dal 12 al 20 settembre il festival torna con mostre, installazioni e la Contemporary Design Selection a Villa Saporiti. Ne parliamo con Giovanna Massoni e Francesca Prandelli
Dal 12 al 20 settembre 2026 torna il Lake Como Design Festival, appuntamento che negli ultimi anni ha ridefinito il rapporto tra design contemporaneo e paesaggio culturale del Lago di Como. Per la sua ottava edizione, il festival sceglie come tema Confine: non solo linea che separa, ma uno spazio di attraversamento, scambio e contaminazione. Un concetto che attraversa mostre, installazioni e progetti diffusi tra ville storiche, architetture neoclassiche e luoghi normalmente inaccessibili, mettendo in dialogo artigianato, ricerca materica e sperimentazioni sempre più ibride tra design, arte e ricerca progettuale.
Accanto al ritorno di Villa del Grumello, l’edizione 2026 introduce Villa Saporiti, edificio di fine Settecento recentemente restaurato e affacciato sul lago. Con il suo impianto centripeto, il raro salone ellittico e scenografiche decorazioni, la villa diventa il nuovo palcoscenico della Contemporary Design Selection, mostra che sembra quasi costruita per lavorare proprio sull’idea di soglia, attraversamento e dialogo tra epoche, linguaggi e geografie differenti. Curata per il quarto anno consecutivo da Giovanna Massoni e diretta da Francesca Prandelli - Chief Coordinator del festival - la mostra riunirà una selezione internazionale di designer, studi, artisti e collettivi chiamati a confrontarsi con il tema Confine. Abbiamo fatto due chiacchiere, prima con Giovanna e poi con Francesca, per sapere qualcosa in più.

Francesca Prandelli, Chief Coordinator of Lake Como Design Festival, and Giovanna Massoni, curator of Contemporary Design Selection. ©Alessandro Ruffini
Risponde Giovanna Massoni
Negli ultimi anni il design sembra diventare più interessante proprio quando lavora nelle zone “non definite”: tra arte e funzione, craft e ricerca, oggetto e installazione. Hai avuto la sensazione che le candidature di quest’anno si muovessero in territori ibridi?
Sì, la sensazione è netta — e non è casuale. Stiamo attraversando un momento in cui il design indipendente e l'artigianato di ricerca cercano attivamente uno spazio identitario proprio, e le ragioni sono insieme economiche, politiche, sociali e culturali. Il mercato ha saturato le categorie tradizionali; la produzione industriale lascia poco spazio alla ricerca di materiali sostenibili, a una produzione meno energivora, alla valorizzazione degli scarti industriali. Il design che abita le zone ibride risponde a tutto questo: è un modo per rivendicare rilevanza culturale senza rinunciare alla fisicità, alla materia, al fare.
C'è poi un elemento specifico di questa edizione: il tema Confine. Una parola volutamente lasciata aperta, non illustrata, non circoscritta. E questo ha dato ai progettisti una legittimazione esplicita a muoversi nell'indeterminato — tra disciplina e indisciplina, tra scala dell'oggetto e scala dell'installazione, tra memoria artigianale e speculazione concettuale.
Quello che emerge dalle candidature è che l'ibridazione non è più una posizione di avanguardia, è diventata una delle risposte più diffuse alla complessità del presente. Non è fuga dalla definizione: è una scelta di metodo.

Larisa Zolotova and Sandra Battistel
Molti designer sembrano meno interessati all’idea dell’oggetto iconico e più attratti da processi, materiali, relazioni e narrazioni… Guardando i progetti selezionati, quali sensibilità o tendenze ti sembra stiano emergendo con più incisività nel design contemporaneo internazionale?
È una tendenza reale, e dice qualcosa di importante sul momento che stiamo vivendo.
L'oggetto iconico appartiene a una stagione in cui il design proponeva modelli. Oggi quella fiducia è più incerta, e forse più onesta. I progettisti sembrano meno interessati a dichiarare e più attratti dall'interrogare: i materiali come campo di ricerca, il processo come narrazione, la relazione tra oggetto e contesto come vera materia del progetto. È un design critico che genera domande più che soluzioni. E non è un rimprovero.
Le sensibilità che emergono con più incisività sono quelle legate alla sperimentazione materica — spesso in dialogo con la crisi ambientale — e alla dimensione processuale: progetti in cui il come è inseparabile dal cosa, dove la scelta di un materiale è già un atto di posizionamento culturale e politico.
Ma dopo la fase sperimentale, qualcosa deve accadere. Il pezzo unico è una forma legittima, ma ha un pubblico preciso, prezzi che escludono, canali che coincidono più con l'arte contemporanea che con il design. Il rischio è che la ricerca più interessante rimanga confinata in una nicchia autoreferenziale, incapace di produrre un impatto più largo. Non è una critica all'unicità in sé — è una domanda sul sistema.
Quest’anno la Contemporary Design Selection riunisce progettisti provenienti da circa trenta Paesi. Ci sono approcci, sensibilità o progetti che ti hanno colpito particolarmente nel modo di interpretare il tema?
Le candidature più convincenti sono quelle in cui l'ibridazione è strutturale, non decorativa — dove la tensione tra sperimentazione aperta e funzione, tra craft e ricerca, non è un effetto estetico ma il motore stesso del progetto.
Diversi progetti abitano una zona intermedia tra oggetto, spazio e materia. Corpi imbottiti fuori scala diventano insieme sedute e sculture. Allo stesso modo, divisori porosi definiscono lo spazio senza chiuderlo, guidando il corpo senza imporsi. Altri lavori portano il processo al centro dell’oggetto. Smalti autoprodotti, colature e superfici bruciate rendono visibili trasformazione, errore e tempo come parte dell’estetica stessa. In alcuni casi è la materia a produrre risultati inattesi — sfumature, tracce, variazioni — trasformando l’imprevedibile in metodo. Una parte della ricerca si concentra invece su materiali marginali o di scarto. Plastiche post-consumo vengono trattate con tecniche associate al lusso, residui agricoli diventano superfici tessili che rendono tangibile l’inquinamento, mentre fibre considerate inutilizzabili vengono trasformate attraverso combustioni controllate che ne rivelano le qualità materiche. Altri progetti dissolvono apertamente i confini disciplinari: arredi stampati in 3D con materiali compositi diventano simultaneamente design, scultura e performance tecnologica; tessuti nati dall’incontro tra tradizioni artigianali e processi industriali europei trasformano il pattern in uno spazio di negoziazione culturale.

Lake Como Design Festival, Villa Saporiti. ph Lorenzo Butti
Risponde Francesca Prandelli
Quest’anno la Contemporary Design Selection approda per la prima volta a Villa Saporiti. Quanto ha influito l’architettura della villa, quasi cinematografica, nella costruzione della mostra e nel dialogo con il tema?
Quando abbiamo scelto Villa Saporiti, era chiaro che il tema Confine non avrebbe avuto bisogno di essere imposto: la villa lo incarnava già. La sua storia, la pianta centripeta, il salone ellittico, il modo in cui gli ambienti si aprono e si chiudono intorno a un centro che si rivela gradualmente — tutto questo è già una riflessione sul confine. Non la linea che taglia, ma la soglia che organizza, che calibra il dentro e il fuori, che gestisce l’attraversamento. Lavorare in un edificio costruito per gerarchia, per sequenza e per rivelazione progressiva ha imposto il passo alla mostra. La domanda che ci siamo poste non è stata come riempire gli spazi, ma dove i progetti avrebbero potuto respirare, dove la tensione tra antico e contemporaneo sarebbe diventata produttiva e dove invece avrebbe rischiato di scivolare nel puramente decorativo. Quest’anno abbiamo alzato l’asticella creando un percorso in cui ogni ambiente chiede qualcosa al visitatore. Una scelta, un'attenzione, un cambio di scala.
Con quali criteri avete selezionato i progetti?
Quest'anno abbiamo ricevuto candidature da oltre cinquanta Paesi, un numero che conferma la vocazione sempre più internazionale del festival e che dice già qualcosa sulla risonanza che il tema Confine ha avuto fuori dall'Italia. Selezionare non è mai un processo neutro: c'è sempre una tensione tra coerenza curatoriale e apertura alla sorpresa. I criteri che abbiamo tenuto fermi sono essenzialmente tre. Il primo è la qualità del progetto in sé — non nell'accezione estetica, ma nella capacità di sostenere uno sguardo lungo, di rivelare qualcosa che non si esaurisce a prima vista. Il secondo è la pertinenza con il tema: non l'illustrazione di Confine, ma un vero corpo a corpo con quella parola — come spazio, come metodo, come domanda. Il terzo, e forse il più difficile da definire, è la capacità del progetto di dialogare con gli altri: di resistere nell'allestimento senza chiudersi in sé stesso — e di farlo in un edificio come Villa Saporiti, dove ogni scelta di posizionamento, di luce, di distanza tra i pezzi diventa parte del significato. Una mostra è un sistema, non una galleria di solisti, e un allestimento in una villa settecentesca ti ricorda che quel sistema ha già una sua grammatica e che ignorarla sarebbe un errore.

Marijke De Cock and Sofia Karnukaeva
Entrando a Villa Saporiti quest’anno, cosa ti piacerebbe che il pubblico percepisse della Contemporary Design Selection 2026?
Mi piacerebbe che il pubblico uscisse con una domanda, più che con una risposta. Il confine è per definizione un luogo instabile, che cambia significato a seconda di dove ci si posiziona, e questo vale tanto per la geografia quanto per il design, per l'identità, per il tempo. Se la mostra riuscirà a trasmettere quella sensazione di attraversamento — l'idea che ci si trovi sempre in un punto di passaggio, mai definitivamente da una parte o dall'altra — allora avrà fatto il suo lavoro. Da anni Wonderlake Como lavora con un'idea precisa: rendere accessibili luoghi inaspettati, spazi normalmente preclusi, architetture che la città conosce solo dall'esterno. Ogni edizione del festival è un atto di attraversamento: portiamo il pubblico oltre una soglia, fisica e simbolica. In questo senso, il tema Confine non è mai stato solo una scelta curatoriale, ma una dichiarazione di metodo.
Tag: Design festival Lake Como Design Festival Mostre Interviste
© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 01 giugno 2026





































