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SOMO, il modernariato è protagonista a Milano

Design — 03 novembre 2026
© Marco Menghi

Il 14 e 15 novembre al Superstudio Più torna l’appuntamento dedicato al design del ‘900. Ne abbiamo parlato con la fondatrice Francesca Buliani

Non solo grandi firme e pezzi da collezione. Il modernariato è anche una questione di cultura, memoria e capacità di riconoscere il valore degli oggetti oltre le mode. È questa la filosofia di SOMO, la manifestazione dedicata al design del ‘900 che, nata nel 2024 vicino a Bergamo e approdata quest’anno a Milano, torna il 14 e 15 novembre 2026 negli spazi di Superstudio Più, in via Tortona. Oltre 70 espositori presenteranno una selezione di arredi, illuminazione, ceramiche e oggetti d’autore, con una nuova sezione Gallery curata da Nicola Quadri.
Più che una tradizionale mostra mercato, SOMO vuole essere un progetto culturale capace di avvicinare al modernariato un pubblico trasversale, dai collezionisti esperti a chi cerca il suo primo pezzo. Alla regia di tutto il progetto c’è Francesca Buliani, 35 anni, milanese, madre di tre figli una formazione nel restauro e una passione per il design coltivata fin dall’infanzia, tra un padre architetto e una madre commerciante d’arte. L’abbiamo incontrata per parlare della nascita di SOMO, del valore degli oggetti del passato e di come sta cambiando il nostro modo di sceglierli.

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 © Marco Menghi
 



Sei cresciuta in una famiglia legata al mondo dell’architettura e dell’arte. Quanto ha influito sul tuo percorso e sulla tua passione per il design del ‘900?
Sono cresciuta completamente immersa in quel mondo, quindi più che un’influenza è stato un elemento essenziale della mia vita, il mio pane quotidiano. Solo nel momento in cui ho iniziato a creare i miei spazi, dalla mia casa al mio ufficio, mi sono resa conto di quanto questo contesto avesse influenzato il mio gusto e il mio modo di scegliere ciò che volevo avere intorno a me.
Per me un mobile deve raccontare una storia. Non necessariamente deve essere firmato o appartenere a un grande nome del design, ma deve avere un’anima, trasmettere qualcosa e portare con sé una traccia del tempo e delle persone che lo hanno vissuto. È questo che mi affascina: scegliere oggetti che abbiano un’identità e che, insieme, riescano a raccontare qualcosa di me.


Hai studiato Conservazione dei Beni Culturali e ti sei formata come restauratrice. Che cosa ti ha insegnato questa esperienza sul valore degli oggetti e quanto influisce oggi sulle tue scelte?
Il percorso di studi in Conservazione dei Beni Culturali è stato lungo e impegnativo, perché affiancava allo studio della storia dell’arte discipline scientifiche come la chimica, la fisica e la composizione dei materiali. Mi ha insegnato non solo ad ammirare un’opera per la sua bellezza, ma soprattutto a chiedermi perché fosse bella, a comprenderne le ragioni, le tecniche e i materiali che l’hanno resa ciò che è.
Ancora oggi, quando mi trovo davanti a un quadro, a un mobile o a un monumento storico, dopo il primo impatto visivo è come se indossassi degli occhiali a raggi X: cerco di andare oltre la superficie, per leggerne la stratificazione e capire come i materiali siano stati lavorati, trasformati e come siano arrivati fino a noi. È uno sguardo che influenza inevitabilmente anche le mie scelte. Un oggetto non mi interessa soltanto per come appare, ma per ciò che nasconde, per la sua storia e per tutto quello che il tempo ha depositato su di esso. Spesso è proprio ciò che non si vede al primo sguardo a renderlo speciale.



image-1793634436 Francesca Buliani  ©Somo


SOMO nasce dopo la nascita del tuo secondo figlio, quando decidi di cambiare percorso professionale. Che cosa ti ha spinta a fare questo salto e a creare una manifestazione dedicata al modernariato?
Questo è stato probabilmente il momento più delicato della mia vita professionale. Dopo la nascita del mio secondo figlio mi sono ritrovata sola, a dover ripensare il mio percorso lavorativo, in una situazione di grande instabilità professionale. La maternità, e la conseguente impossibilità di essere reperibile in qualsiasi momento, ha fatto sì che alcune gallerie con cui collaboravo nel restauro scegliessero di proseguire i loro percorsi con altri professionisti. È stato doloroso: ho avuto la sensazione di essere esclusa da alcune opportunità per non poter più garantire quella disponibilità costante che il lavoro richiedeva. È stato un momento di profonda riflessione, in cui ho dovuto fermarmi e chiedermi quale direzione volessi dare alla mia vita professionale. SOMO era un progetto che custodivo da tempo in un cassetto, ma la sua ambizione mi aveva sempre un po’ frenata. A un certo punto ho trovato la forza e il coraggio di provarci davvero. Ho iniziato a guardare oltre i confini italiani, studiando il panorama europeo e le manifestazioni dedicate al design e al modernariato, per capire cosa esistesse e, soprattutto, quale spazio potesse esserci per una visione personale. Da lì è nata la consapevolezza di voler costruire qualcosa di mio, seguendo un’idea precisa e concentrandomi esclusivamente sul modernariato.
Così, nel 2024, è nato SOMO: un progetto indipendente, costruito secondo il mio sguardo e il mio modo di intendere questo mondo. Oggi rappresenta per me non soltanto una realizzazione professionale, ma anche la possibilità di conciliare il lavoro con la vita familiare, senza dover rinunciare a nessuna delle due dimensioni. È una cosa a cui tengo molto: durante l’ultima edizione ho potuto portare con me anche Tito, il mio terzo figlio, che aveva appena un mese. In qualche modo, questo racconta bene ciò che SOMO è diventato per me: la dimostrazione che, anche quando un percorso si interrompe o cambia direzione, può aprirsi la possibilità di costruirne uno nuovo, più vicino alla persona che sei e alla vita che desideri.


SOMO vuole andare oltre la formula tradizionale della mostra mercato, rivolgendosi tanto ai collezionisti esperti quanto a chi si avvicina per la prima volta a questo ambito. Qual è per te il valore culturale del progetto? E come si può rendere il modernariato accessibile senza perdere di vista la qualità e l’autenticità dei pezzi?
Per me il valore culturale di SOMO è soprattutto quello di riavvicinare un pubblico giovane al bello, per comprenderlo sviluppando uno sguardo più consapevole. Vorrei far capire perché oggetti e arredi progettati anche cinquant’anni fa siano ancora oggi attuali, continuino a essere rieditati mantenendo un valore nel tempo. Dietro un pezzo di modernariato non c’è soltanto una forma esteticamente interessante, ma un progetto, una ricerca sui materiali, una storia e una qualità che spesso vanno oltre le mode del momento.
Credo che per rendere il modernariato accessibile sia fondamentale stimolare la curiosità, senza dare per scontato che per avvicinarsi a questo mondo servano già grandi conoscenze o competenze da collezionista. Il mio consiglio è di non fermarsi mai al primo sguardo: osservate un oggetto da ogni angolazione, giratelo, guardatelo sotto e, soprattutto, non abbiate timore di chiedere al gallerista di poterlo aprire, toccare e osservare da vicino.
È proprio attraverso questo contatto diretto che si comincia a capire come è fatto un oggetto, come è stato costruito e che cosa lo rende speciale. La qualità e l’autenticità non devono essere elementi riservati agli esperti: imparare a riconoscerle è un percorso che tutti possono intraprendere, partendo dalla curiosità e dalla voglia di conoscere.

 

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 © Marco Menghi



Oggi il vintage è sempre più presente negli interni contemporanei. Secondo te stiamo imparando a riconoscere il valore degli oggetti del passato oppure rischiamo di trasformare anche il modernariato nell’ennesima tendenza? Che cosa dovrebbe guidarci nella scelta di un pezzo?
La prima cosa che dovrebbe guidarci nella scelta di un pezzo è la sua anima. Ci sono oggetti che, appena li vedi, ti colpiscono in modo particolare: ti emozionano, li senti già tuoi, riesci subito a immaginarli nei tuoi spazi. Arrivi persino a chiederti come hai fatto, fino a quel momento, a vivere senza di loro. Per me, è da questa sensazione che dovrebbe partire ogni scelta, ancora prima del nome del designer o del valore economico del pezzo.
Mi auguro che il modernariato non diventi semplicemente l’ennesima tendenza. Spero, piuttosto, che ci sia un ritorno a una maggiore consapevolezza del valore culturale degli oggetti, della qualità dei materiali e della capacità di un progetto di attraversare il tempo senza perdere significato. In un mondo che continua a produrre in serie, credo sia importante riscoprire il valore di ciò che esiste già: oggetti che hanno una storia, che sono stati pensati e realizzati con cura e che possono continuare a vivere nelle nostre case, magari accanto a elementi contemporanei. Non si tratta soltanto di scegliere qualcosa di bello, ma di scegliere qualcosa che abbia un senso per noi e che sia capace di durare, anche al di là dei trend.


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 © Marco Menghi

Dopo le prime edizioni vicino a Bergamo, SOMO ha scelto Milano e quest’anno introduce anche una sezione dedicata alle gallerie. Che cosa rappresenta per te questa evoluzione e che cosa ti aspetti dall’appuntamento di novembre?
SOMO si è trasferito a Milano perché è una città capace di richiamare un pubblico più internazionale. Fin dall’inizio, uno dei miei obiettivi è stato proprio quello di portare gli appassionati stranieri in Italia, per far scoprire e ammirare da vicino il nostro design. Spesso siamo noi italiani a spostarci all’estero per trovare nuove opportunità e forse sentirci maggiormente compresi; mi piacerebbe invertire questa dinamica e fare in modo che sia l’Italia ad attirare sempre più persone da tutto il mondo, grazie alla sua straordinaria cultura del progetto.
La sezione SOMO Gallery nasce da una splendida collaborazione con l’architetto Nicola Quadri. È stato un incontro molto spontaneo: non c’è stato bisogno di tanti giri di parole, perché lui ha creduto fin da subito in me e nel progetto, riconoscendo e apprezzando ciò che SOMO era riuscito a costruire. Il suo entusiasmo ha dato vita a questa nuova evoluzione, che per me rappresenta un passo importante e l’opportunità di aprire SOMO a un dialogo ancora più ampio con il mondo delle gallerie.
Per l’appuntamento di novembre mi auguro che questo percorso continui a crescere, che si creino nuove connessioni e che SOMO riesca ad attirare un pubblico sempre più internazionale. Vorrei che diventasse un luogo di incontro e di scambio, in cui il design italiano possa essere scoperto, valorizzato e apprezzato anche da chi arriva da lontano.


Guardando oltre questa edizione, come immagini l'evoluzione di SOMO? Quali sono le direzioni in cui vorresti far crescere il progetto?
Il mio sogno è che SOMO diventi un punto di riferimento europeo per il modernariato. Vorrei che fosse riconosciuta per il mio modo di intendere questo mondo, per la ricerca che c’è dietro ogni edizione e per la capacità di mettere in relazione oggetti, galleristi e persone che condividono la stessa sensibilità.

 





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© Fuorisalone.it — Riproduzione riservata. — Pubblicato il 03 novembre 2026

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